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Scuola, tagli agli organici dal 2027/28: l’allarme dei docenti

Il calo demografico giustifica la riduzione del personale, ma secondo Community Uniti per INDIRE i tagli lineari ignorano l’aumento dei bisogni educativi speciali, l’arrivo di alunni stranieri e il peso del precariato sui docenti.

4 novembre 2026  Roma

Meno nascite, meno alunni, meno cattedre. È la traiettoria che le ultime manovre finanziarie sembrano indicare per la scuola italiana, con una riduzione sistematica degli organici a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Una linea che, secondo Daniela Nicolò, portavoce di Community Uniti per INDIRE, rischia di trascurare un fattore decisivo: la composizione reale delle classi.

Il nodo: classi più piccole, ma più complesse

Per Nicolò la logica dei tagli lineari tratta l’istruzione pubblica come una qualunque amministrazione, dove a un calo delle pratiche corrisponde una riduzione del personale. Un’aula, però, «non gestisce pratiche, forma persone». Una classe di quindici alunni, sostiene, può risultare oggi più impegnativa di una di trenta di vent’anni fa, perché è cambiata la natura dei bisogni.

Due i fronti indicati:

  • BES e DSA. Piani didattici personalizzati, dislessie, deficit di attenzione e fragilità emotive richiedono una continua rimodulazione della didattica. Il docente non svolge più un’unica lezione, ma costruisce percorsi differenziati nella stessa ora.
  • Alunni neo-arrivati in Italia (NAI). L’alfabetizzazione di studenti che non parlano italiano richiede risorse dedicate. Senza investimenti strutturali, avverte la portavoce, l’inclusione può ridursi a una formula: ragazzi isolati in fondo all’aula e una scuola che diventa «parcheggio al caldo».

Da qui il richiamo al principio di equità, che «non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare di più a chi ha meno». Calcolare gli organici sulla media aritmetica degli iscritti, afferma Nicolò, significa svuotare il principio costituzionale dell’inclusione.

Concorsi e tagli: un paradosso

Il sistema, osserva Community Uniti per INDIRE, procede su due binari opposti. Da un lato l’amministrazione bandisce concorsi per rispettare i vincoli europei sulla stabilizzazione e coprire il turnover. Dall’altro è costretta a ridurre le quote di organico dell’autonomia e i posti di potenziamento.

A reggere l’urto, secondo la portavoce, è la capacità di adattamento dei docenti, che però comporta un costo umano elevato: logorio quotidiano e difficoltà affrontate spesso in solitudine.

Sostegno e ATA tra i più colpiti

Le conseguenze ricadono in particolare su sostegno e personale ATA:

  • Docenti di sostegno. Contitolari della classe sulla carta, vengono utilizzati nella pratica come «jolly» per coprire le supplenze improvvise, a causa della carenza complessiva di organico.
  • Segreterie. Il personale amministrativo è ridotto all’osso, mentre crescono i carichi burocratici legati ai progetti europei.
  • Collaboratori scolastici. Devono garantire la sorveglianza di plessi molto estesi con unità dimezzate.

Denatalità e precariato: il cortocircuito

Nicolò sposta poi il ragionamento sulle cause del calo demografico, richiamato come giustificazione tecnica dei tagli. La denatalità, sostiene, è legata alla mancanza di prospettive stabili e all’impossibilità di pianificare il futuro, condizioni che toccano da vicino una parte consistente della categoria. Migliaia di insegnanti vivono per anni tra supplenze annuali, contratti a termine, percorsi di abilitazione, graduatorie instabili e sedi lontane e costose, e molti rinunciano o rimandano la scelta di avere figli.

Il paradosso, conclude la portavoce, è che il sistema chiede a lavoratori precari di occuparsi ogni giorno dei figli della società, privandoli delle tutele minime per averne di propri.

«Una società al ribasso»

Il messaggio finale è un monito sul piano economico e sociale: i tagli all’istruzione sarebbero «un lusso che il futuro del Paese non può permettersi». Risparmiare con la logica della calcolatrice, sostiene Nicolò, equivale a progettare consapevolmente una società al ribasso. Da qui la domanda che chiude l’intervento: «Conviene?»

di Redazione 

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