La scuola al tempo del Coronavirus, dove Ata e precari sono lavoratori di serie B

La scuola al tempo del Coronavirus, dove Ata e precari sono lavoratori di serie B
La scuola appare dall’esterno un mondo lineare: dirigenti, docenti e amministrativi. Naturalmente basta avere un minimo di dimestichezza per accorgersi che non è così. Le distinzioni (e divisioni) sono enormi. Basti pensare solo a quelle che esistono tra i precari. Distinzioni (e divisioni) esplose in tutta evidenza con l’emergenza coronavirus.
Riflettiamo: il personale scolastico è stato diviso in due con un decreto: da una parte il corpo docenti, dall’altra dirigenti e Ata. I primi alle prese con la didattica a distanza i secondi costretti a una difficile ( e pericolosa) convivenza. Sarebbe bastato un po’ di buon senso per evitare questa frattura. Soprattutto per creare una dinamica di forte tensione per decine di migliaia di lavoratori. Ma non c’è stato. Come non pare esserci per quanto riguarda la didattica a distanza.
Un esempio. Se i docenti precari devono, come devono, continuare a lavorare e quindi a operare on line, perché non viene assegnato loro il famoso bonus con il quale poter acquistare i supporti tecnologici per operare? Perché non c’è buon senso in un mondo diviso in mille distinzioni.
La domanda da inoltrare alla ministra Azzolina, chiamata a fronteggiare un’emergenza immane, è semplice. Perché non si chiudono le scuole e non si dà a tutti i docenti (di ruolo e precari) la possibilità di accedere agli strumenti informatici necessari per la didattica online? Forse, perché è più semplice fare affidamento allo straordinario spirito di abnegazione del personale scolastico. Spirito che ha permesso, nonostante la precarietà della situazione e la povertà degli strumenti a disposizione, di evitare il collasso della scuola. Adesso, però, è il momento di farsi coraggio e dare una risposta da Ministra a tutti. Ata e precari compresi.
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