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Palmieri: “Quale idea di scuola e sviluppo c’è “Nello specchio della scuola” di Patrizio Bianchi”

. Ma la scuola pubblica non è né deve essere solo lo “specchio” di una società e della sua crisi, ma il potente strumento per trasformarla, la società, per renderla migliore e più giusta.

“Quale idea di scuola e sviluppo c’è “Nello specchio della scuola” di Patrizio Bianchi“. Di Annamaria Palmieri.

Nello specchio della scuola…c’è il Paese. Ci trovi tutti i sommovimenti politici, economici e culturali, oggi anche

sanitari, che caratterizzano una nazione, nel bene e nel male. Ma la scuola pubblica non è né deve essere solo lo

“specchio” di una società e della sua crisi, ma il potente strumento per trasformarla, la società, per renderla

migliore e più giusta. “Attraverso lo specchio della scuola abbiamo l’occasione di riflettere su quale paese

vogliamo per noi e per i nostri figli”. Da questo assunto enunciato con immediatezza muove il saggio di Patrizio

Bianchi, pubblicato nello scorso autunno, a valle della sua significativa esperienza di responsabile del Comitato

per il rilancio della scuola dopo il COVID-19 del Ministro Azzolina, che ha consegnato il suo Rapporto finale nel

luglio 2020. La scuola è il “battito” del Paese, afferma Bianchi nel volume . E lo ha ribadito al suo insediamento

come Ministro all’Istruzione del governo Draghi: essa è il cardine da cui ripartire in direzioni di due grandi finalità,

lo sviluppo produttivo e la solidarietà sociale. Obiettivi che oggi, in qualità di Ministro, Patrizio Bianchi si trova a

dover perseguire nel bel mezzo dell’emergenza e per uscire dallo stato di profonda crisi di sistema in cui la scuola

è immersa.

QUALI SONO FIBRILLAZIONE O LE ARITMIE?

Ma quali sono state le fibrillazioni o le aritmie, per proseguire nella metafora cardiaca, che hanno condizionato la

realizzazione del mandato politico e culturale assegnato alla scuola in Italia? Prendendo le mosse dal momento

emergenziale, il libro di Bianchi ne mette in evidenza subito alcune: in primis la delusione delle attese riposte

nell’autonomia scolastica, la quale ha rivelato progressivamente sia i limiti di realizzazione concreta, sia i grandi

rischi a cui un sistema decentrato e indebolito era esposto, specie sotto la pulsione crescente al neoliberismo e al

disinvestimento sul pubblico che ha travolto l’Italia, senza soluzione di continuità tra i diversi governi.

“L’autonomia scolastica non era lo scaricabarile delle responsabilità dal ministero all’ultimo preside, né il «liberi

tutti», come qualcuno tutt’oggi banalizza. Si trattava invece di un disegno di unità del paese, che vedeva

l’assunzione di obiettivi formativi comuni da raggiungere in ogni parte d’Italia, ma riconosceva la possibilità di

costruire percorsi che tenessero conto delle effettive diversità di partenza, dotando i territori delle necessarie

risorse per poter raggiungere i fini comuni. (…) L’autonomia scolastica tuttavia si è insabbiata negli anni

successivi, in anni di individualismo prima e di populismo poi (…)”

ATTENZIONE SU PATOLOGIE SISTEMICHE

Nel secondo capitolo del volume, poi, appuntando l’attenzione sulle patologie sistemiche, si va dritti ad una

prima cruda diagnosi. E’ il divario territoriale, la disuguaglianza di opportunità e di ricchezza che divide le aree del

Paese a generare un circolo vizioso da cui la scuola, da sola, anche “autonoma”, non è in grado di tirarci fuori:

quel circolo che traduce la povertà materiale in povertà educativa, da cui a sua volta si generano nuove povertà e

processi di esclusione per le giovani generazioni. Bianchi punta il dito sul fenomeno dei NEET, sulla dispersione

esplicita (propriamente l’abbandono scolastico) e quella implicita che si produce all’interno del percorso

scolastico quando gli studenti non acquisiscono, come dimostrano le ricerche ISTAT e INVALSI (aggiungerei

OCSE) gli alfabeti e le competenze necessarie per muoversi in modo autonomo nel mondo e nella complessità

che li attende.

RAGIONAMENTO SULLE COMPETENZE

All’interno del ragionamento sulle competenze, si collocano nel corso del volume riflessioni sul mancato

rinnovamento dei curricula, sui gap di competenza tecnologica, sulla mancata rivisitazione dei modelli di

insegnamento/apprendimento. In verità, verrebbe da aggiungere, specie rivolgendosi al Ministro, che a quanti

negli ultimi venti anni si sono spesi per il rinnovamento della qualità dell’offerta didattica e formativa, per la piena

realizzazione di una “autonomia di ricerca sperimentazione e sviluppo”, per la rivisitazione non competitiva e

mercantilistica ma inclusiva dei modi di essere e fare scuola in relazione ai bisogni degli alunni, per la restituzione

di maggiore dignità al corpo professionale dei docenti, sono arrivate risposte spesso insoddisfacenti: la logica

dominante dei tagli, la cessione ai modelli del mercato hanno di fatto favorito che l’Italia divenisse fanalino di

coda in Europa in investimenti sull’istruzione. “E quindi non è un caso – scrive Bianchi- che il nostro paese, con i

più bassi tassi di istruzione d’Europa, sia anche il paese che negli ultimi vent’anni – gli anni che abbiamo

chiamato dell’economia della conoscenza – è quello cresciuto meno di tutti. Il COVID-19 ha esasperato queste

fragilità di sistema, aumentandone ancor più le disuguaglianze, ma nel contempo minando il potenziale di

crescita dell’intero paese.”

Non c’è sviluppo senza uguaglianza, non c’è sviluppo se – come avremmo detto un tempo- il figlio del contadino

non può diventare dottore … o cittadino sovrano (per citare Don Milani).

Tutte le riforme scolastiche dal dopoguerra in poi – tranne qualcuna, pesante, degli ultimi vent’anni– si sono

mosse intorno a questa idea: il diritto allo studio come diritto del protagonista, il soggetto in crescita. Gli articoli

33 e 34 della Costituzione (pochi lo notano) istituendo scuole pubbliche di ogni ordine e grado e stabilendo

l’obbligatorietà del percorso scolastico limitano la “libertà di scelta” del genitore – di recente tornata in auge – e

non perché lo Stato è illiberale, bensì proprio perché è uno Stato sociale fondato su vincoli di solidarietà.

La scuola pubblica voluta dalla Carta costituzionale nasce dunque per combattere la disuguaglianza? Sì. Ci riesce?

No. E allora che si fa?

Uno dei meriti del volume di Bianchi è provare a rispondere al quesito non dimenticando uno sguardo

multiprospettico e diacronico: attraverso l’excursus storico sulle diverse funzioni assunte dal sistema scolastico in

Italia (e in Europa) vengono fuori le priorità che la società, evolvendo, ha assegnato via via ai percorsi scolastici:

formazione dell’identità nazionale attraverso una lingua e un’etica comune, sin dalle origini; formazione delle

classi dirigenti, attraverso il modello selettivo della riforma Gentile (e del gentilianesimo, che non è ancora

morto); formazione dei lavoratori e infine, last but non least, formazione della persona, intesa nella carta

costituzionale come impegno dello Stato a rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo e

l’effettiva partecipazione alla vita politica economica e sociale dei cittadini/lavoratori.

Da un sistema volto a selezionare individui alla preminenza di una funzione collettiva e solidale; il professor

Bianchi a questo punto “aggancia” il mandato costituzionale, non pienamente compiuto, al tema dello sviluppo

economico e produttivo: “il riconoscimento dei diritti e la loro effettiva affermazione richiedono un esercizio della

solidarietà come atto consapevole di adesione alla vita della nostra comunità. Un’educazione alla solidarietà

diviene quindi parte fondamentale di una nuova scuola che vuole andare non solo oltre il COVID-19, ma anche

ben oltre i vincoli esplicitati in precedenza, che limitando la libertà e l’eguaglianza determinano anche la bassa

crescita di questo nostro paese.”

E’ la disuguaglianza che va combattuta a scuola per far crescere il Paese. Non sfugge a chi scrive e ai lettori

avvisati che troppe volte, nel corso degli ultimi decenni, si è insistito in modo ambiguo sulle necessità di una

scuola che agganci le proprie finalità allo sviluppo economico, finendo talora per giustificare l’inversione dei

rapporti tra formazione scolastica e lavoro, e provando a aggiogare la prima alle istanze della seconda. La

solidarietà finirebbe però per viaggiare su un canale separato, se ci si innamora troppo di una scuola appiattita

sulle richieste del mercato e funzionale ad esso e non più alla persona. La proposta di Bianchi prova a volare più

in alto: non dimentica di porre l’accento sull’anello debole in Italia della formazione professionale, è vero, mostra

grande attenzione per gli ITS, ma dedica ampio spazio ad altri aspetti e possibili vie di uscita, in buona parte

anticipate nel rapporto intermedio del Comitato degli esperti del maggio 2020: una rinnovata idea dell’

autonomia, non competitiva ma responsabile e solidale, il rilancio della collegialità e la necessità di stipulare Patti

educativi di comunità, necessari per integrare le specifiche offerte didattiche, nello spirito di una norma che –

seppur disattesa – è tuttora legge dello Stato.

“Ed è in questa prospettiva di rilancio dell’autonomia che il ministero deve valorizzare il proprio ruolo di guida

strategica, non solo definendo gli obiettivi educativi a cui l’intero paese deve tendere, ma anche ristabilendo una

nuova alleanza con le Regioni (a cui sono attribuite le funzioni di programmazione nel territorio) e con gli enti

locali (a cui sono demandate le competenze sulle strutture scolastiche).”

In questo passaggio si sente il pericolo: un eccesso di ottimismo sulla capacità di fare rete virtuosa tra Regioni e

Governo nazionale. Investire tout court sul ruolo rafforzato delle Regioni in materia di istruzione è una ricetta

rischiosa, sul piano concreto oltre che teorico. Gli esperimenti tragici di autonomia regionale rinforzata che de

facto stiamo sperimentando in questi mesi nella gestione della Sanità, dovrebbero indurre la politica ad un

ripensamento sulle “magnifiche sorti e progressive” del Titolo V in campo educativo e scolastico. Si aggiunga che

anche guardare agli Enti Locali solo come proprietari di immobili, e non piuttosto come fulcro intorno ai quali

possono crescere e svilupparsi le alleanze territoriali, appare forse una prospettiva limitativa. La scuola e la città

sono indissolubilmente legate e per porre la prima al centro di processi di rinnovamento del paese, bisogna porla

al centro del rinnovamento urbanistico ambientale culturale delle comunità cittadine. Un processo in cui le aree

urbane e le autorità locali sono implicate fortemente, sia come cornice necessaria affinchè le alleanze tra le

risorse territoriali funzionino (o falliscano), sia come luogo del necessario coordinamento, per armonizzare quei

processi autonomi che lo Stato dal suo canto indirizzare come guida strategica.

Nell’ultimo capitolo il libro lancia infine alcune proposte concrete che certamente non si prestano ad unanimi consensi: se le cornici di senso (lotta alla dispersione scolastica, rilancio del legame tra autonomia e territorio, le persone al centro dello sviluppo) sono del tutto condivisibili a chiunque sposi l’entusiasmo del rinnovamento, non è facile immaginare un cammino senza ostacoli sulle singole azioni ventilate, che vanno dal potenziamento dei percorsi di IeFP all’ alfabetizzazione digitale, dall’investimento (finalmente!) nell’edilizia e nelle risorse umane alla rivisitazione dei curricoli e della durata della scuola superiore, dal maggior coinvolgimento delle famiglie ai piani di formazione del personale. Su ognuna si sono scritti e si potrebbero riscrivere interi volumi.
Ma resta di grande interesse lo sforzo di un’analisi sistemica che prescinda dalla crisi sanitaria e la trasformi in un’opportunità. Il monito finale:

“La riapertura delle scuole deve andare oltre i temi della salute pubblica, certamente imprescindibili, ma non sufficienti per riportare il paese nel suo insieme su un cammino di ripresa, e portare l’attenzione su uno sviluppo umano che abbia al centro la scuola stessa come istituzione indispensabile per tenere unita la comunità e permettere a ognuno di partecipare alla vita collettiva, mettendo a disposizione le proprie competenze ed esperienze” suona come un invito (alla politica?) a mettersi a disposizione per una doppia ricostruzione, educativa e culturale oltre che economica: al di là dei conflitti e degli interessi di parte, la scuola, così profondamente ferita dall’emergenza, per tornare ad essere davvero “il battito” del Paese, ha bisogno di tornare al centro di un cammino di sviluppo democratico ed inclusivo.

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