Infanzia 0-6 anni: il governo del cambiamento riprende la linea della “Buona scuola”. I DETTAGLI
Nell’ambito della scuola dell’infanzia, il governo gialloverde si appresta a dar seguito ad uno degli elementi più controversi della legge 107/2015, la cosiddetta “Buona scuola” dell’era renziana. Il riferimento è all’applicazione del decreto 65/2017, delegato alla legge 107 del governo Renzi, che prevede l’espansione dello stesso sistema scolastico in modo “integrato” alla fascia di età da 0 a 6 anni.
Infanzia 0-6 anni: il decreto 65
La Commissione ministeriale consultiva, prevista entro novembre 2017 ma nominata solo di recente, dovrebbe rimettere mano al “Piano di azione nazionale per la promozione del sistema integrato da 0 a 6 anni” contenuto nel decreto. Il governo in carica non ha posto in essere alcuna modifica o norme correttive e interpretative del testo. Riprendendo, in tal modo, la linea adottata con “la buona scuola”.
L’obiettivo del decreto è quello di allargare e migliorare il servizio scolastico-educativo sin dai primissimi anni di età. Si tratta di uno scopo dai connotati sociologici importanti, dal momento che la disponibilità di asili nido e scuole dell’infanzia va incontro alle esigenze dei genitori moderni. Mamme e papà che molto spesso lavorano (entrambi) e che quindi avrebbero un gran bisogno di strutture educative idonee per i loro figli.
A dicembre 2017, il governo di allora approvò uno stralcio del “Piano d’azione nazionale”, incentrato decisamente su una fase conoscitiva. L’obiettivo era quello studiare le esigenze finanziarie locali relative all’espansione dell’intervento pubblico per l’educazione 0-6 anni. Per poi mettere a bilancio eventuali risorse tali da implementare questo intervento.
Fase operativa e “educazione di Stato”
Con la neonata Commissione ministeriale si inaugura una fase più operativa. Si parla di completamento dei contenuti sostanziali del Piano, creazione di un sistema informativo e di delineazione delle “linee guida”. Nessuna menzione, per ora, su quello che concerne i fabbisogni standard, la ripartizione dei compiti tra nazionale e locale, e – soprattutto – la copertura dei posti di insegnamento.
Uno dei punti più controversi del decreto riguarda la sua dimensione “statalista”. Come sottolinea Paolo De Carli, docente di diritto, in un editoriale per IlSussidiario.net, “un’educazione di Stato è tanto più pericolosa quanto più tenera è l’età cui si rivolge, per le caratteristiche di estrema malleabilità degli educandi interessati”. Questa rotta, intrapresa dal governo Renzi e mantenuta con la gestione Bussetti, non sembra tener conto del contesto italiano.
“Benché il servizio per tutto il settore di età da zero a sei anni – spiega De Carli – sia attualmente sostenuto e gestito, nella sua parte assolutamente preponderante, dall’iniziativa privata […] né la legge né l’autorità amministrativa scolastica hanno posto in atto strumenti idonei a conoscere e a valorizzare codesta iniziativa”.
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