L’appello visto da Pennac: “Un breve istante in cui lo studente deve sentire di esistere ai miei occhi”
C’è l’appello al mattino. Sentire il proprio nome pronunciato dalla voce del professore è un secondo risveglio.
Il suono fatto dal tuo nome alle otto del mattino ha vibrazioni da diapason. Io chiamo i miei ragazzi guardandoli, li accolgo, li nomino uno per uno, e ascolto la loro risposta.
In fondo l’appello è l’unico momento della giornata in cui il professore ha l’occasione di rivolgersi a ciascun dei suoi studenti, anche se solamente pronunciando il suo nome.
Un breve istante in cui lo studente deve sentire di esistere ai miei occhi, lui e non un altro.
Dal canto mio, cerco per quanto possibile di cogliere il suo umore dal suono che fa il suo ‘presente’.
Se la voce è incrinata, bisognerà eventualmente tenerne conto.
di Daniel Pennac – tratto da Diario di Scuola
Le parole di Daniel Pennac in una intervista rilasciata a Ilaria Tagliaferri per Giunti Scuola
Negli anni Ottanta leggevo ai ragazzi delle mie classi i libri ad alta voce e facevo loro imparare dei passaggi a memoria, spesso si trattava degli incipit. Numeravo ogni libro, uno per ogni settimana, poi giocavamo a interrogarci a vicenda chiamando il numero “dimmi il 3, dimmi il 7!” e anche io entravo nel gioco insieme a loro.
In questo modo mostravo loro come la mia memoria, a quarant’anni, fosse molto più labile della loro. Il discorso della memoria è fondamentale quando si parla di lettura, perché il mio scopo era che si costruissero una biblioteca mentale da portarsi dietro nel tempo, nel futuro.
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