Caso Belpietro, è scontro sul precariato scolastico. FederIstruzione: «Parole inaccettabili, i docenti non hanno bisogno di lezioni di lavoro»
Il Segretario generale Antonio Scarpellino esprime sdegno per le parole rivolte al docente di 34 anni durante Dritto e Rovescio: «È gravissimo denigrare chi tiene in piedi la scuola pubblica senza conoscere i sacrifici che affronta». Oltre 250.000 contratti a tempo determinato nel comparto scolastico, secondo stime sindacali: dietro le supplenze ci sono formazione a pagamento, trasferimenti, affitti e famiglie costrette spesso a intervenire economicamente.
ROMA 19/10/2026 – «A 34 anni si deve rimboccare le maniche e andare a lavorare». Una frase che, pronunciata da Maurizio Belpietro durante la trasmissione Dritto e Rovescio su Retequattro, ha provocato una reazione di forte indignazione nel mondo della scuola. A intervenire è Antonio Scarpellino, Segretario generale di FederIstruzione, che condanna con fermezza un’affermazione ritenuta offensiva nei confronti di un docente precario e profondamente distante dalla realtà quotidiana di migliaia di lavoratori dell’istruzione.
«È inaccettabile rivolgersi a un insegnante che sta già lavorando come se fosse una persona che non ha voglia di rimboccarsi le maniche. È un giudizio superficiale, ingiusto e denigratorio, che dimostra quanto sia facile parlare di precariato senza conoscere i sacrifici, i costi e le rinunce che accompagnano la vita di chi insegna», è il senso della posizione che FederIstruzione intende esprimere attraverso il proprio Segretario generale.
La vicenda non può essere liquidata come una semplice schermaglia televisiva. In gioco c’è il rispetto dovuto a una categoria professionale che garantisce ogni giorno il funzionamento delle scuole, spesso attraverso rapporti di lavoro temporanei, continui cambi di sede e una stabilità occupazionale che per molti resta un traguardo lontano.
Il punto è elementare: un docente precario lavora già. Lavora quando entra in classe, prepara le lezioni, corregge gli elaborati, segue gli studenti, partecipa alle riunioni e risponde alle responsabilità educative che gli vengono affidate. Il fatto che il suo contratto abbia una scadenza non cancella il lavoro svolto, le competenze acquisite o il contributo offerto alla scuola pubblica.
Oltre 250.000 contratti a tempo determinato: la precarietà non è un’invenzione
Prima di impartire lezioni di impegno a un insegnante, sarebbe opportuno conoscere i numeri e le dinamiche del reclutamento scolastico italiano.
Secondo stime sindacali diffuse in occasione dell’avvio dell’anno scolastico 2025/2026, il comparto scolastico avrebbe registrato oltre 250.000 contratti a tempo determinato, considerando docenti e personale ATA. La cifra deve essere distinta dal numero delle persone coinvolte: contratti, incarichi e lavoratori non sono grandezze equivalenti, perché uno stesso dipendente può essere interessato da più rapporti nel corso del tempo.
I dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito consentono comunque di misurare la portata del fenomeno. Per l’anno scolastico 2023/2024, una ricostruzione basata sui dati ministeriali ha riportato complessivamente 232.472 docenti supplenti, considerando sia le cattedre intere sia gli incarichi su spezzoni orari. La consistenza del fenomeno varia in funzione dell’anno scolastico, delle tipologie contrattuali conteggiate e del metodo di rilevazione.
Non siamo dunque di fronte a una questione marginale, né a una semplice difficoltà individuale. Il ricorso al lavoro a termine costituisce una componente rilevante dell’organizzazione della scuola italiana.
Per FederIstruzione, è proprio questa realtà a rendere ancora più grave un giudizio che sembra confondere la precarietà contrattuale con la mancanza di volontà di lavorare. Chi viene chiamato a coprire una cattedra vacante o una supplenza non è un lavoratore inattivo: è una risorsa professionale della quale l’amministrazione scolastica ha bisogno per garantire il servizio.
La domanda da porre, quindi, non è perché un docente precario non si rimbocchi le maniche. È perché il sistema continui ad avere bisogno di un numero così elevato di incarichi temporanei e quali misure siano necessarie per assicurare maggiore stabilità a chi lavora nella scuola.
Abilitarsi può costare migliaia di euro: il prezzo per diventare insegnanti
C’è un aspetto che spesso sfugge a chi osserva il precariato soltanto dall’esterno: diventare insegnante richiede tempo, studio e risorse economiche.
I percorsi universitari, l’abilitazione, gli eventuali titoli aggiuntivi e gli aggiornamenti professionali possono comportare spese considerevoli. A titolo esemplificativo, per il percorso abilitante da 60 CFU dell’anno accademico 2025/2026, l’Università degli Studi Guglielmo Marconi indica una quota di 2.500 euro, a cui si aggiungono 150 euro per la prova finale e 16 euro per la marca da bollo.
Il totale documentato raggiunge 2.666 euro, senza comprendere trasporti, eventuali pernottamenti, materiali e altre spese personali. Si tratta di un esempio riferito a uno specifico ateneo, non di una tariffa uniforme applicata a tutti i percorsi abilitanti.
Per chi deve ancora ottenere un incarico stabile, una spesa simile può rappresentare un impegno importante. E non è necessariamente l’unico investimento richiesto: possono aggiungersi corsi di perfezionamento, master, certificazioni e ulteriori attività formative, in funzione dei requisiti e degli obiettivi professionali individuali.
Il paradosso è evidente: un aspirante insegnante può spendere migliaia di euro per acquisire i requisiti richiesti, affrontare concorsi e graduatorie e continuare a non sapere con certezza dove lavorerà l’anno successivo.
È questa la realtà che dovrebbe essere conosciuta prima di formulare giudizi. La preparazione professionale ha un costo, e una parte di questo costo può ricadere direttamente sulle persone che cercano di entrare o consolidare la propria posizione nel sistema scolastico.
Affitti, viaggi e trasferimenti: quando una supplenza diventa un sacrificio economico
La precarietà non si misura soltanto nella durata del contratto. Si misura anche nella distanza tra la casa del docente e la scuola presso cui viene chiamato a lavorare.
Un’inchiesta pubblicata da Open nell’agosto 2025 ha raccolto testimonianze di insegnanti fuori sede che riferiscono affitti compresi tra 400 e 900 euro mensili e voli che possono superare i 300 euro. Sono esperienze individuali, non valori medi nazionali, ma mostrano quanto possa costare accettare un incarico lontano dalla propria residenza.
Un docente può essere costretto a cercare un alloggio in tempi brevi, anticipare un deposito cauzionale, sostenere le utenze e acquistare biglietti per tornare periodicamente a casa. Nel frattempo, deve continuare a pagare le spese della propria abitazione principale, se non può trasferire l’intera famiglia.
Per rendere concreto il problema, consideriamo un esempio: 450 euro al mese per una stanza, 150 euro per trasporti e rientri e altri 100 euro per spese aggiuntive. Il totale è di 700 euro mensili, cioè 7.000 euro per dieci mesi di servizio. È una simulazione, non una media statistica, ma evidenzia il peso che una supplenza fuori sede può assumere sul bilancio personale.
Se l’incarico termina a giugno e quello successivo viene assegnato in un’altra provincia, il docente può trovarsi ad affrontare nuovamente costi di trasloco, ricerca dell’alloggio e organizzazione della vita quotidiana.
Non si tratta di privilegi o pretese irragionevoli. Si tratta di spese necessarie per raggiungere il posto di lavoro e svolgere un incarico che il sistema scolastico ha bisogno di coprire.
Le famiglie pagano il prezzo dell’incertezza
Dietro molti insegnanti precari ci sono genitori, coniugi e familiari che diventano una rete di sostegno economico.
Quando lo stipendio non basta a coprire contemporaneamente affitto, trasferimenti e spese ordinarie, la famiglia può essere chiamata a intervenire: contribuire al pagamento di una stanza, anticipare il denaro per un viaggio, sostenere i costi di un’abilitazione oppure offrire un alloggio durante i periodi senza incarico.
Non esiste, nelle fonti considerate, un dato nazionale che quantifichi quanti docenti ricevano aiuti familiari o quale sia l’importo medio di tali contributi. Sarebbe quindi scorretto attribuire a tutta la categoria la medesima situazione. È però evidente che, quando le entrate sono discontinue e le spese professionali elevate, il sostegno della famiglia può diventare una condizione determinante per proseguire il percorso lavorativo.
Il problema coinvolge anche la possibilità di costruire una vita autonoma. Un lavoratore che non conosce la propria sede per l’anno successivo può avere difficoltà a stipulare un contratto di locazione di lungo periodo, chiedere un finanziamento o programmare la nascita di un figlio. Chi ha già una famiglia può dover scegliere tra accettare un incarico lontano dai propri affetti e rinunciare a una possibilità di lavoro.
Ecco perché il precariato non può essere liquidato come una questione di atteggiamento personale. È una condizione che può incidere sui progetti di vita, sui risparmi e sull’equilibrio economico di interi nuclei familiari.
Il lavoro non finisce con l’ultima ora di lezione
C’è poi il lavoro che non si vede: quello che precede e segue le lezioni.
Preparare materiali didattici, correggere verifiche, programmare attività, partecipare alle riunioni collegiali, documentare i percorsi e mantenere il rapporto con le famiglie richiede competenze e tempo. Il docente deve inoltre gestire classi con esigenze differenti, sostenere gli studenti in difficoltà e contribuire al raggiungimento degli obiettivi educativi.
Il contratto temporaneo non riduce queste responsabilità. Un supplente chiamato a prendere servizio deve inserirsi rapidamente in un contesto scolastico, conoscere gli studenti, acquisire informazioni sul lavoro già svolto e garantire continuità didattica per la durata dell’incarico.
A ogni cambio di scuola possono aggiungersi nuovi regolamenti, differenti strumenti organizzativi e la necessità di ricostruire relazioni professionali. Tutto questo richiede flessibilità e impegno, anche quando non esiste alcuna certezza sulla possibilità di proseguire il lavoro nello stesso istituto.
Per FederIstruzione, è inaccettabile che una condizione così articolata venga rappresentata attraverso una frase che rischia di far passare il precario per una persona che non lavora abbastanza.
Scarpellino: «È ora di smetterla di denigrare chi manda avanti la scuola»
La condanna di FederIstruzione è rivolta alla generalizzazione contenuta nelle parole pronunciate durante il confronto televisivo. Contestare le idee di un docente è legittimo. Criticare le sue posizioni politiche o le modalità della sua protesta rientra nel diritto di espressione. Ma trasformare il confronto in un giudizio sulla sua volontà di lavorare, senza conoscere la sua condizione professionale, significa rischiare di delegittimare ingiustamente una persona e, per estensione, un’intera categoria.
Il rispetto del contraddittorio non impone di condividere le rivendicazioni dei precari. Impone, però, di distinguere i fatti dalle supposizioni e di consentire a chi viene chiamato in causa di spiegare la propria esperienza.
FederIstruzione ritiene che il dibattito debba partire da domande concrete: quanto costa diventare insegnante? Quanto resta dello stipendio dopo aver pagato un alloggio fuori sede? Quali sacrifici affrontano i familiari che sostengono economicamente il docente? Perché un lavoratore formato e disponibile a insegnare deve continuare a vivere nell’incertezza contrattuale?
Sono questioni che meritano risposte documentate, non liquidazioni sommarie.
Basta retorica: servono stabilità, tutele e rispetto
La vicenda riporta al centro una contraddizione strutturale: la scuola ha bisogno dei docenti supplenti per garantire le lezioni e coprire i posti disponibili, ma una parte di questi lavoratori continua a essere impiegata con contratti a termine, senza poter programmare con certezza il proprio futuro.
La soluzione non può limitarsi alle dichiarazioni di solidarietà. Occorrono procedure di reclutamento più prevedibili, maggiore continuità occupazionale, pagamenti regolari, attenzione ai costi della formazione e condizioni che riducano gli effetti economici dei trasferimenti.
La stabilizzazione del personale può contribuire anche alla continuità didattica e alla qualità del servizio, evitando che gli studenti debbano affrontare cambiamenti ripetuti di insegnanti.
La dignità professionale dei docenti deve essere riconosciuta nei fatti, attraverso condizioni di lavoro coerenti con le responsabilità educative affidate loro. Chi lavora nella scuola non chiede indulgenza: chiede che il proprio impegno venga valutato sulla base della realtà, non di stereotipi.
La frase pronunciata da Belpietro ha aperto una discussione che non dovrebbe fermarsi alla polemica televisiva. Dovrebbe spingere a guardare alle condizioni di chi ogni giorno entra in classe, spesso dopo anni di studio e sacrifici, e continua a garantire un servizio essenziale senza avere la certezza di un futuro professionale stabile.
Il messaggio di FederIstruzione è netto: non si può accusare un docente precario di non voler lavorare ignorando il lavoro che già svolge e il prezzo economico e familiare che può essere costretto a pagare per continuare a farlo. La scuola italiana ha bisogno di insegnanti preparati e rispettati, non di stereotipi che ne mortificano la dignità.
di Redazione



