Belpietro e il docente precario, Mario Borrata: «Valditara intervenga. Dritto e Rovescio inviti i docenti a replicare»
Dopo le parole rivolte a un insegnante di 34 anni, Borrata chiede al ministro dell’Istruzione di difendere la categoria e alla trasmissione un confronto diretto con Belpietro. «I docenti lavorano già e spesso pagano di tasca propria la formazione richiesta dallo Stato».
Dichiarazioni di Mario Borrata, docente
«A 34 anni si deve rimboccare le maniche e andare a lavorare». È la frase che Maurizio Belpietro ha rivolto a un insegnante precario durante la puntata dell’8 ottobre di Dritto e Rovescio, su Retequattro. Il docente stava parlando delle difficoltà di vivere del proprio lavoro e del costo della vita; il confronto toccava anche la sua partecipazione alle proteste. Ma quelle parole hanno sollevato una questione che va oltre la discussione televisiva: il riconoscimento del lavoro di chi insegna. Sull’episodio interviene Mario Borrata, docente, che chiede una presa di posizione pubblica del ministro e uno spazio di replica per gli insegnanti.
«Si possono contestare le idee di quel giovane, il suo impegno politico e perfino il modo in cui protesta. È il diritto di chiunque partecipi a un dibattito. Non si può, però, rispondere a un insegnante dicendogli di andare a lavorare come se la sua professione fosse un passatempo. Un docente precario lavora già. E quel lavoro merita lo stesso rispetto che si pretende per qualsiasi altra professione», dichiara Borrata.
Il primo appello è rivolto al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. «Di fronte a parole che rischiano di delegittimare pubblicamente i docenti, il ministro deve intervenire e difenderne la dignità professionale. Non gli chiedo di censurare un giornalista, né di schierarsi in una polemica televisiva. Gli chiedo di affermare un principio semplice: chi lavora nella scuola pubblica non può essere liquidato come una persona che non ha voglia di lavorare», sottolinea Borrata.
Dietro una cattedra, osserva il docente, ci sono anni di università, studio, formazione e selezione. Ci sono lauree, concorsi, graduatorie e continui aggiornamenti. Ci sono supplenze accettate lontano da casa, trasferimenti improvvisi, affitti da sostenere e contratti che finiscono a giugno. E ci sono lezioni da preparare, compiti da correggere, progetti da seguire, studenti da ascoltare e famiglie con cui confrontarsi. Tutto questo è lavoro, anche quando non si vede in televisione.
«C’è poi una contraddizione troppo spesso ignorata: gli insegnanti non ricevono automaticamente finanziamenti pubblici per costruirsi una carriera. Al contrario, molti investono somme considerevoli di tasca propria per acquisire i titoli richiesti dallo stesso sistema scolastico. Non chiedono un regalo allo Stato: pagano per formarsi e per essere messi nelle condizioni di svolgere un servizio pubblico», prosegue Borrata.
Basta guardare ai percorsi abilitanti: quelli da 60 crediti possono costare fino a 2.500 euro, ai quali può aggiungersi il contributo per la prova finale. E poi i master, i corsi universitari, i materiali di studio, gli spostamenti per sostenere le prove e le spese quotidiane di chi lavora fuori sede. Le cifre cambiano da persona a persona e non tutte le spese sono obbligatorie, ma una parte significativa del costo della qualificazione ricade direttamente sui docenti.
Quando si parla di risorse pubbliche occorre, però, distinguere. Gli stipendi degli insegnanti sono pagati dallo Stato perché l’istruzione pubblica è un servizio essenziale; esistono anche specifiche misure di sostegno alla formazione. Questo non significa che ai precari venga finanziato automaticamente il percorso per ottenere un posto. Sono loro a versare contributi alle università, ad acquistare servizi formativi e, come gli altri lavoratori, a pagare imposte e contributi. In molti casi investono nel sistema educativo prima ancora di ottenere la stabilità che dovrebbe accompagnare il loro lavoro.
Accanto all’appello al ministro, Borrata rivolge una richiesta precisa alla redazione di Dritto e Rovescio: «Invitate nella stessa trasmissione un gruppo di insegnanti, precari e di ruolo, e permettete loro di replicare direttamente a Maurizio Belpietro. Non un intervento di pochi secondi, non una telefonata interrotta, non l’ennesimo scambio di battute. Vogliamo un confronto vero, con tempi adeguati e con il giornalista presente in studio».
«Belpietro abbia la possibilità di sostenere le proprie opinioni; i docenti, nello stesso studio, quella di rispondere. Si ascolti chi ha pagato l’abilitazione, chi affronta concorsi e trasferimenti, chi insegna da anni senza sapere dove sarà il settembre successivo. Sono esperienze concrete che meritano uno spazio adeguato, non pochi secondi tra una polemica e l’altra», aggiunge il docente.
Per Borrata è soprattutto una questione di contraddittorio. «Se una trasmissione può mettere in discussione pubblicamente il lavoro degli insegnanti, deve anche consentire agli insegnanti di spiegare quel lavoro davanti allo stesso pubblico». Il rischio, altrimenti, è che la scuola diventi un argomento su cui tutti prendono la parola, mentre chi vive le aule ogni giorno resta ai margini della discussione.
Un confronto serio dovrebbe partire da domande concrete: quanto costa diventare insegnante? Perché chi ha già studiato e lavorato deve spendere ancora per abilitarsi? Perché tanti precari cambiano scuola ogni anno, interrompendo anche la continuità didattica? E perché uno stipendio non basta sempre a pagare un affitto o a progettare una casa? Sono queste, secondo Borrata, le domande che meritano una prima serata.
Alla politica spetta poi un compito che nessuna polemica televisiva può sostituire: rendere più accessibili i percorsi abilitanti, ridurre l’incertezza del reclutamento, stabilizzare dove possibile gli organici e valorizzare economicamente la professione. «Difendere la dignità degli insegnanti significa anche affrontare le condizioni materiali in cui lavorano. Le dichiarazioni sono importanti; le decisioni che cambiano la vita delle persone lo sono ancora di più», osserva Borrata.
«Io, da docente, penso ai colleghi che arrivano in classe dopo ore di viaggio, a chi investe i risparmi in un titolo, a chi prepara una lezione di sera dopo aver cercato una nuova sistemazione per l’anno scolastico successivo. Penso soprattutto agli studenti, che hanno bisogno di insegnanti preparati, rispettati e messi nelle condizioni di restare», racconta Borrata.
«Ridicolizzare il lavoro di un docente non colpisce soltanto una categoria: indebolisce il modo in cui il Paese guarda alla propria scuola. È per questo che non intendo lasciare queste parole senza una risposta», aggiunge, ribadendo l’importanza di riconoscere il valore sociale dell’insegnamento.
La conclusione di Borrata è un appello diretto: «Il ministro Valditara intervenga a difesa della dignità degli insegnanti. Dritto e Rovescio inviti docenti in studio, davanti a Belpietro, e garantisca loro una possibilità autentica di replica. Un insegnante precario non ha bisogno di sentirsi dire di andare a lavorare: lavora già, studia, paga, contribuisce e tiene in piedi ogni giorno un pezzo di scuola pubblica. Prima di impartirgli lezioni di impegno, sarebbe il caso di ascoltarlo».
di Redazione




