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La prima emergenza in Italia? L’analfabetismo istituzionale

Quando si sente parlare di “emergenza” il primo tema che viene in mente è quello dei migranti. Complici tanti titoli di giornale al grido di “emergenza sbarchi” o “emergenza immigrazione”, alla fine ci siamo convinti che quello degli stranieri in Italia sia effettivamente il primo problema da risolvere. Ma la realtà è ben diversa e le ultime ore lo dimostrano plasticamente: la vera emergenza nazionale è l’analfabetismo. Non quello funzionale, di cui tanto si parla in riferimento a chi non riesce a comprendere un testo dotato di un livello minimo di complessità. Ma l’analfabetismo istituzionale, cioè la mancanza delle conoscenze basilari di come funziona l’ordinamento giuridico e istituzionale del nostro Paese.

Sul fatto che quella migratoria non sia una vera emergenza, quanto piuttosto una distorsione nella percezione del fenomeno, non serve spendere troppe parole. Gli sbarchi, perché di quello si tratta, sono in calo costante dal 2016, quando effettivamente c’è stato il picco di arrivi dalla rotta del Mediterraneo centrale. L’emergenza, questo è il dato, è più percepita che reale.

Lo stesso tipo di disfunzione sembra influenzare la percezione che l’italico popolo ha del funzionamento istituzionale del Paese. Basta scartabellare tra i social o ascoltare qualche chiacchiera da bar nei giorni di questa strana (stranissima) crisi di governo agostana. Quello che emerge è un quadro desolante, dove la tifoseria politica sovrasta nettamente la corretta conoscenza delle istituzioni.

La vera emergenza è l’analfabetismo istituzionale: cronache di una crisi

Prendiamo il caso delle elezioni, invocate a gran voce da partiti come Lega e Fratelli D’Italia. “La sovranità appartiene al popolo” si sente ripetere a ogni piè sospinto in certi ambienti, commenti e tweet, citando l’articolo 1 della Costituzione repubblicana. Peccato che, dopo la parola “popolo”, nel testo costituzionale ci sia una virgola. Una virgola minuscola che però pesa come un macigno, non tanto per il segno di interpunzione in sé quanto per quello che segue. “La sovranità appartiene al popolo – si legge – che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Quelle “forme” e quei “limiti” di cui parla la carta fondamentale non sono elementi accessori. Fanno parte, al contrario, di quel sistema di pesi e contrappesi pensato dai nostri padri per non concentrare troppo potere in un solo organo istituzionale. Non è un caso se nelle ultime settimane in molti non facciano lo sforzo, o evitino deliberatamente, di andar oltre quella virgola. In questo senso, è nelle prerogative del Presidente della Repubblica, che in questi giorni si sta confrontando con i partiti per formare un possibile nuovo governo, fare un giro di consultazioni e poi – se constata che non c’è una nuova maggioranza – sciogliere le camere e far tornare il paese al voto. Non lo decidono i singoli partiti, o le piazze urlanti.

Istituzionale e politico: una distinzione importante

“Ma l’attuale parlamento non rispecchia più la volontà degli italiani”, obiettano i critici, utilizzando sondaggi e risultati delle Europee per dire che la Lega di Matteo Salvini meriterebbe coi suoi numeri di tornare al governo (pur avendo innescato la crisi con le proprie mani) o che si torni al voto come richiede il leader leghista. Ebbene, sono entrambi ragionamenti puramente politici, non istituzionali o costituzionali. Quando nel 1979 si tennero le prime elezioni per il Parlamento Europeo la nostra costituzione aveva già superato i 30 anni di vita, come pure la Repubblica stessa. Ergo, i risultati delle elezioni di maggio 2019 danno un segnale politico importante, certo, ma non vincolano in alcun modo le istituzioni italiane. Figuriamoci poi i sondaggi, che oggi sembrano essere l’unica vera bussola con la quale si orientano i partiti.

Già, i partiti. Molto spesso si legge in giro che un ministro può fare sostanzialmente quello che vuole nel momento in cui fa parte di un grosso partito, che quindi rappresenta una buona fetta del “popolo italiano”. Si tratta di un errore grossolano, dal momento che il ministero che il politico in questione presiede è un’istituzione – che è di tutti e rappresenta tutti – mentre il partito è una privata associazione di cittadini, liberi di mettersi insieme (art.18) e concorrere alle elezioni. Privata, dunque, non di tutti, e quindi non un’istituzione come i ministeri, il parlamento, il governo e il Quirinale.

Cosa sono i partiti: la lezione della storia

Confondere il partito con le istituzioni, o peggio ancora con lo Stato, è una pericolosa deriva che odora di maoismo o di nazionalsocialismo. A seconda dei gusti. Peggio ancora è ritenere il consenso l’unica forma di legittimità, come capitato tutte le volte in cui il governo gialloverde si è visto criticato in qualche modo da organismi non eletti come Bankitalia, Inps e ragioneria dello Stato. “Si presenti alle elezioni – era la risposta – e vediamo quanti voti prende”. Ecco, questo è analfabetismo istituzionale. Anche gli organi non eletti, i cui quadri si formano quasi sempre tramite concorsi volti a verificarne la competenza, fanno parte legittimamente di quel sistema di pesi e contrappesi di cui sopra. Zittirli usando il consenso dei partiti come bavaglio è un’assurdità.

C’è un aneddoto raccontato dal giornalista Indro Montanelli davvero utile per capire queste distinzioni. Dal 1948 al 1955, presidente della Repubblica fu Luigi Einaudi. I due allora capigruppo della Democrazia Cristiana al Senato e alla Camera – tra i quali un giovanissimo Aldo Moro – commisero un grave errore: quello di sostituire “d’ufficio” il ministro dell’agricoltura con un altro esponente Dc, scavalcando in un colpo solo il presidente del consiglio e il Capo dello Stato.

Dato che  – secondo l’articolo 92 della Costituzione – i ministri sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio, Einaudi convocò i due democristiani per far capir loro che il partito non contava nulla, istituzionalmente parlando. Quel ministero era ed è ancora un’istituzione di tutti, non del partito (che alle elezioni tra l’altro aveva preso il 48% dei seggi). I due capigruppo vennero mandati via dal Quirinale in silenzio.

La Dc di allora, come i partiti di oggi, sono entità private che non possono imporre le proprie logiche all’alveo istituzionale.

Il caso Rousseau: non istituzionale

E’ il caso della piattaforma Rousseau, alla quale il Movimento 5 stelle intende affidare di fatto l’accettazione del programma elettorale per la nuova alleanza di governo col PD. Talune “iniezioni” di democrazia diretta nel nostro sistema rappresentativo vanno bene, ma non si può legittimare come istituzione – di tutti e che influisce su tutti – quella che è una pratica interna ad un partito, affidata tra l’altro ad una piattaforma privata. Specie se questo significa mettere in attesa la più alta carica dello Stato dopo quasi due settimane di consultazioni.

Forse aveva ragione lo stesso Montanelli, quando diceva che “gli italiani sono un popolo di contemporanei”, troppo pigri per conoscere il passato e fin troppo ignoranti per costruire un futuro.

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