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Sento dunque Sono: la Maturità tra emozioni, crescita e il valore della scuola

Quest’anno ho avuto due quinte, in una insegno Storia, nell’altra Italiano.

Esami di Maturità

Due commissioni, in una sono interno, nell’altra no, ma emotivamente è come se lo fossi.

Ogni ragazzo che esamino è una storia diversa. Quando ognuno di loro si accomoda sulla sedia al centro dell’aula, rivedo il loro viaggio, li rivedo la prima volta che li ho conosciuti, vedo la loro paura, la loro tensione, la loro ansia. Provo a metterli e, quindi a mettermi, a loro, mio, agio. Qualche battuta aiuta. Ognuno si presenta per ciò che è, più che per ciò che sa. La volontà di Marco, la resilienza ironica di Mirko, la liberazione di Mario, la pratica maturità di Ciro, quella emotiva di Antonio.

Ed è a lui che chiedo, dopo il colloquio, come ti sei sentito?

Proprio come si è sentito B-Rabbit salendo sul palco in 8 mile. Proprio come si sarà sentito Freddie Mercury al suo primo concerto. Proprio come si sarà sentito Rocky la prima volta che è salito sul ring.

Situazioni diverse, certo, ma non potevo fare a meno di pensarci.

Così tanti pensieri, così tante paure rimaste in sospeso. Doveva essere il culmine di quei cinque anni e, infatti, la stessa emozione era leggibile negli occhi dei miei compagni.

Allo stesso tempo, però, ho pensato che quell’emozione non avrei mai più potuto ricomprarla. Non l’avrei più rivissuta. Così, insieme alla paura, è sbocciata anche la felicità. Tutti lì, nello stesso posto, con lo stesso obiettivo, a darci conforto, volontariamente o meno.

Ed eccoci qua. Era proprio quella l’emozione che cercavo. Quella che mi ha dato il coraggio di entrare a testa alta e di uscirne con la testa ancora più alta. Le conoscenze erano importanti, certo, ma per me lo era ancora di più trasmettere alla commissione la sensazione di stare parlando con un adulto, non più con un alunno. Era quella la mia occasione, perché, una volta seduto, con tutti gli occhi puntati su di me, potevo finalmente dimostrare che quei cinque anni mi avevano davvero reso maturo.

E’ stato come parlare con degli amici seduti al tavolo di un bar. Guardavo nei loro occhi e vedevo lo sguardo di una persona, non di un professore. Non di qualcuno pronto a giudicarmi dall’alto in basso. L’esame della mia vita, alla fine, fu proprio questo. Il voto era importante, ma in quel momento ciò che desideravo davvero era sostenere l’esame che avevo sempre sognato: parlare.

Non essere più un voto, non essere più un numero, ma una persona.

Così quando, alla fine dell’esame, ho visto riflesso negli occhi dei professori lo stesso sguardo che si riserva a un adulto, quando la professoressa mi ha abbracciato ed ho stretto la mano a tutti, ho sentito arrivarmi addosso quei cinque anni come uno tsunami di soddisfazione. In quell’istante mi sono reso conto che il voto non contava più nulla.

Per ultimo da salutare ho lasciato il professore d’italiano: siamo riusciti a guardarci in un modo diverso. Non più il professore e l’alunno in attesa di un voto, ma due persone.

Ed è stato allora che ho capito davvero perché ero lì.

È nostalgia quella che già provo. Perché, in fondo, tra i compiti, le sgridate e le notti passate a studiare per interrogazioni e verifiche, la scuola è qualcosa di irripetibile. Solo quando non c’è più ti rendi conto di quanto possa mancarti.

Perché, seduto al tuo banco, l’anno prossimo ci sarà qualcun altro. Seduto accanto a te non ci sarà più il tuo compagno di classe. Davanti a te non ci sarà più quel professore dal sorriso gentile e fin troppo comprensivo.

Ci sarai tu, nel mondo degli adulti.

E questa volta non ci saranno sconti. Rimarrà soltanto tutto ciò che hai costruito dentro di te.

Per questo, più che “Cogito ergo sum” oggi sento mia un’altra frase:

“Io sento, dunque sono”

Appena ho un po’ di tempo, passo da “ospite” a guardare gli esami dei miei ragazzi dell’altra quinta, aula adiacente, percorsi diversi, emozioni forti.

Quando non riesco ad esserci di persona, c’è sempre un attimo, un minuto d’aria durante il quale sintonizzarmi sulle sensazioni delle mie colleghe “commissarie”.

Anche qui vedo, stavolta non stando difronte, occhi negli occhi, ma di lato, o, talvolta, accompagnandoli sulla soglia dell’aula, mentre entrano per sostenere la loro prova, l’ansia di Lorenzo, la “sostanza” dell’altro Lorenzo, il capitano, la tenerezza di Lara, la mia femminuccia, unica donna tra i miei ragazzi, la finta spavalderia di Antonio Maria, la tenerezza di Antonio che dietro gli occhiali da “malessere” nasconde occhi e cuore buoni. Poi c’è Paolo, emozioni ancora più intense. Ha una resilienza ed una fragile sensibilità unica, oltre ad una testa da filosofo. Ho paura che qualcosa vada storto. Non per l’esame, per il voto, ma per il suo percorso di crescita.

Cammino alle sue spalle, sento, non ascolto, ma sento ogni sua parola. Non vedo l’ora che finisca. Ho indossato la maglia da calcio che mi hanno regalato: cognome e numero 1 sulla schiena (loro sanno bene che quel numero a calcio non significa primo, ma diversamente unico): anche se non tocca a me, sento di dover essere in campo.

Cerco sostegno intorno con lo sguardo, intanto lui va avanti.

Ho la gola secca.

Non si deve disunire. Mi disunisco io al suo posto.

Qualche sguardo mi arriva dai banchi della commissione, qualche altro, un po’ più distratto, dalle mie spalle.

Ancora avanti.

Finito.

Tutti escono dall’aula, chi da solo, chi in compagnia.

Nessuno guarda né lui, né me.

Ci abbracciamo.

E’ andata.

Passata la tensione, gli chiedo cosa sia stata per lui la maturità.

La maturità non è un punto finale di un percorso, ma un qualcosa che va coltivata.

Ti prepari giorni, mesi, anni per impugnare una penna per fare l’ultimo compito della tua vita fra quei banchi insieme ai tuoi compagni di classe, ma poi ti ritrovi in un mix tra ansia, paura e incertezza che non sai neanche come gestire.

Gli sguardi che ti rassicurano da parte di una commissione che non conosci, per farti capire che sei più umano di quanto pensi.

Ma le emozioni prima citate rendono l’esame qualcosa di unico.

Perchè puoi prevedere le tracce ma le emozioni no.

Queste sono le stesse emozioni che provi sia all’inizio che alla fine della scuola, soltanto le vivi diversamente.

All’inizio impari a conoscere persone diverse da te, con altri obiettivi e altre aspirazioni, non sai che poi quelle persone che chiami sconosciuti diventeranno sempre più parte di te, evolvendosi poi in una famiglia. I professori, i compagni di classe, i conoscenti sono le persone che inizi a comprendere dal primo al quinto anno, magari all’inizio sei timoroso, non sai se riuscirai a far parte del gruppo oppure no, ma prima o poi, durante una verifica, un momento di scambio di idee, un circle time, ti sentirai in sintonia con uno, poi due, poi tre, poi imparerai a capire ognuno di loro, le loro scelte, i loro obiettivi, le loro emozioni, rispettandoli uno ad uno, se pur diversi da te. Perché è questo il significato della scuola e forse della maturità, con una citazione si potrebbe dire: Ho imparato a rispettare le idee altrui, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare.

Ognuno vive le emozioni e le illusioni a proprio modo, ma non dobbiamo lasciare che questa nostra paura ci blocchi nella relazione con il prossimo. Per questo il percorso più importante dovrebbe essere quello delle materie umanistiche, che molte volte non viene capito. I professori di storia e di italiano ti danno altre chiavi di lettura per interpretare e narrare la realtà.

Essenzialmente leggere una storia, un romanzo, un pensiero di un autore è ascoltare il pensiero di un’altra persona semplicemente di qualche tempo fa. Allora perché non dargli importanza?

Le illusioni che descrive Leopardi nello Zibaldone le viviamo tutti, a nostro modo, magari per una persona amata o per un progetto nella nostra vita. Perché si, per quanto possa essere temporalmente lontano da noi, Leopardi è fortemente attuale; o, ad esempio, la traccia A1 dell’esame di maturità di quest’anno: una poesia di Cesare Pavese: Passerò per Piazza di Spagna. L’analisi di questi versi porta a una tesi importante: la possibile rivolta (voltarsi ancora e prendere le cose di petto), senso necessario e fondamentale per andare avanti.

Questi sono gli insegnamenti che i miei professori di italiano e storia ci hanno dato, parlando di illusioni, d’amore, di sentimenti, di rivolta, di amicizia, della paura e della morte, hanno provato a darci gli strumenti per interpretare una realtà che cista venendo rubata dai dispositivi digitali.

Penso ci sia bisogno un modo diverso di insegnare, di intraprendere le cose. Di vivere il rapporto alunno docente in maniera differente. E’ importante creare un legame che si basi sulla fiducia e di rispetto.

Questa tipologia di rapporto, con molti dei miei insegnanti e, anche se per poco tempo, con i commissari esterni, non finisce con la scuola, ma resta nel tempo.

Il mio viaggio di questi cinque anni mi ha permesso soprattutto di conoscermi.

Come diceva Albert Camus: “La libertà è la possibilità di essere migliori.”

                                                                  a cura di Angelo Palumbo

                                      con il contributo di Antonio Sassano e Paolo Campana

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