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Percorsi abilitanti, la formazione non può diventare una tassa per insegnare

Tra costi che sfiorano i 3.000 euro, regole che cambiano e università in affanno, l’abilitazione rischia di trasformarsi in una selezione basata sulle possibilità economiche anziché sul merito.

La scuola italiana è diventata un sistema sempre più confuso e profondamente contraddittorio.                          Un meccanismo che modifica continuamente le proprie regole, spesso
mentre migliaia di docenti stanno già affrontando un percorso, lasciando i lavoratori soli
davanti alla burocrazia, alle scadenze e a costi ormai difficilmente sostenibili.
Abbiamo assistito prima alla corsa ai 24 CFU, presentati per anni come requisito
indispensabile per accedere all’insegnamento e successivamente superati da una nuova
riforma. Oggi ci troviamo nel labirinto dei percorsi abilitanti da 30, 36 e 60 CFU, con
procedure differenti, requisiti non sempre chiari, posti limitati e costi che, in alcuni casi,
arrivano a sfiorare i 3.000 euro.

Il rischio è evidente: anziché costruire un sistema serio di formazione e selezione degli
insegnanti, stiamo alimentando un vero e proprio mercato dei titoli. Un sistema nel quale
ogni modifica normativa sembra tradursi in un nuovo corso da frequentare, in nuove tasse
da pagare e in ulteriori certificazioni da conseguire.

La formazione degli insegnanti è indispensabile. Nessuno mette in discussione la necessità
di preparare adeguatamente chi entrerà nelle nostre classi. Ma la formazione deve essere
realmente utile, accessibile e collegata alla pratica didattica. Non può trasformarsi in una
tassa permanente imposta a chi vuole lavorare nella scuola.

Non è soltanto un problema economico

Dietro questi percorsi non ci sono solamente rette universitarie e bollettini da pagare. Ci
sono persone che lavorano, famiglie da gestire, docenti precari che attraversano l’Italia per
accettare una supplenza e che, contemporaneamente, devono seguire lezioni fino a sera,
rispettare scadenze ravvicinate e confrontarsi con piattaforme informatiche spesso
inadeguate.

A tutto questo si aggiungono bandi pubblicati in ritardo, posti insufficienti rispetto alle
richieste, chiarimenti ministeriali che arrivano quando le procedure sono già iniziate e
università che, in molti casi, faticano a gestire l’enorme numero di candidati.

È tempo sottratto alla vita personale, alla preparazione delle lezioni e al lavoro quotidiano
nelle scuole. È anche una forma di pressione psicologica continua, perché ogni errore,
ritardo o interpretazione burocratica può compromettere anni di servizio e la possibilità di
rimanere nelle graduatorie.

Il paradosso è che spesso non viene valutato davvero come un docente insegna, come
costruisce una relazione educativa, come gestisce una classe o come riesce a coinvolgere
gli studenti. Si finisce invece per misurare la sua capacità di orientarsi tra piattaforme,
decreti, crediti, scadenze e pagamenti.

In questo modo, il diritto a insegnare rischia di dipendere non soltanto dalle competenze e
dal merito, ma anche dalla disponibilità economica. La cattedra diventa progressivamente un
lusso riservato a chi può permettersi di sostenere ogni nuovo costo imposto dal sistema.

Riportare il sistema alla razionalità

La scuola pubblica non può essere trattata come un libero mercato. Non si può continuare a
dire a migliaia di lavoratori: le regole sono cambiate, dovete ricominciare e rimettere mano al
portafoglio per poter continuare a insegnare.

Servono percorsi organizzati prevalentemente dalle università pubbliche, con costi
realmente calmierati e proporzionati alle attività svolte. Servono regole certe, definite prima
dell’avvio delle procedure e non modificate continuamente in corso d’opera.

La formazione deve inoltre valorizzare le esperienze concrete. Occorrono tirocini veri nelle
classi, attività didattiche utili e un riconoscimento adeguato del servizio già prestato. Un
docente che insegna da anni non può essere trattato come se non avesse mai messo piede
in una scuola.

È necessario anche un controllo rigoroso sulla qualità dei percorsi, sulle attività
effettivamente offerte e sulla corrispondenza tra i costi richiesti e la formazione ricevuta.
Bisogna interrompere la logica secondo la quale l’accumulo di titoli a pagamento
rappresenterebbe automaticamente un aumento della qualità professionale.

La qualità della scuola non cresce moltiplicando corsi, certificazioni e crediti. Cresce
investendo nelle persone, nella formazione pubblica, nella stabilità lavorativa e nella
possibilità per gli insegnanti di dedicarsi realmente agli studenti.

Liberare i docenti da questo meccanismo di pressione economica e burocratica non
significa abbassare il livello della formazione. Significa costruire un sistema più serio, equo e
credibile.

Dobbiamo intervenire prima che l’accesso all’insegnamento diventi definitivamente una
selezione per reddito e prima che questa continua precarizzazione finisca per allontanare
dalla scuola proprio le persone più preparate e motivate.

a cura di Mario Borrata

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