I giovani non sono una generazione allo sbando: una riflessione pedagogica basata sui dati.

Da oltre vent’anni lavoro quotidianamente con bambini, adolescenti e giovani adulti. Li osservo nelle aule, nei colloqui educativi, nelle relazioni con i pari e con gli adulti. Per questo sento il bisogno, oggi più che mai, di prendere parola rispetto a una narrazione che ritorna con insistenza: quella dei giovani allo sbando. È una narrazione diffusa, emotivamente potente, ma non sempre supportata dai dati.
E, come pedagogista, ritengo che una rappresentazione distorta delle nuove generazioni non solo sia scorretta, ma anche dannosa sul piano educativo e sociale.
Cosa dicono davvero i dati su alcol e droghe.
Le ricerche europee e nazionali raccontano una realtà più complessa di quella che spesso emerge nei titoli dei media.
Secondo l’indagine ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and OtherDrugs), il consumo di alcol tra gli adolescenti europei è in calo da oltre vent’anni. Se nel 1995 l’88% dei quindicenni dichiarava di aver consumato alcol almeno una volta nella vita, nel 2024 la percentuale scende a circa il 74%. Anche il binge drinking mostra una riduzione nel lungo periodo.
In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità conferma che il consumo di alcol tra gli adolescenti è un fenomeno presente, ma non in crescita esponenziale. La maggioranza dei ragazzi non presenta comportamenti di abuso continuativo.
Per quanto riguarda le droghe, la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze indica che la cannabis resta la sostanza più diffusa tra i giovani, mentre l’uso di altre sostanze (cocaina, stimolanti, nuove sostanze psicoattive) riguarda percentuali contenute e minoritarie. La grande parte dei giovani non è coinvolta in consumi problematici. Questi dati non negano la necessità di prevenzione, ma smentiscono l’idea di una deriva generalizzata.
Salute mentale: un tema serio, da trattare con rigore.
Un altro nodo centrale della narrazione allarmistica riguarda la salute mentale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa il 14% degli adolescenti tra i 10 e i 19 anni presenti un disturbo mentale, prevalentemente ansia e depressione. In Italia, le stime indicano percentuali simili, con una maggiore emersione del disagio soprattutto dopo la pandemia. È un dato che va preso sul serio. Ma va letto correttamente. La maggioranza dei giovani non presenta una diagnosi clinica di disturbo mentale. L’aumento delle segnalazioni è dovuto anche a una maggiore attenzione, a strumenti diagnostici più diffusi e a una riduzione, seppur ancora parziale, dello stigma. Confondere l’aumento della consapevolezza con un “crollo generazionale” significa fare un errore interpretativo.
Il rischio di una narrazione sbagliata
Come pedagogista, mi preoccupa meno il dato in sé e più il modo in cui viene raccontato. Una narrazione che descrive costantemente i giovani come fragili, devianti o incapaci:
- li stigmatizza;
- riduce la fiducia degli adulti nei loro confronti;
- indebolisce il patto educativo;
- produce profezie che rischiano di autoavverarsi.
I giovani che incontro ogni giorno sono spesso competenti, sensibili, attenti alle questioni sociali, capaci di riflessione critica. Hanno certamente fragilità, come ogni generazione, ma possiedono anche risorse, valori e desiderio di senso.
A mio avviso, serve uno sguardo pedagogico, non allarmistico. Negare le difficoltà sarebbe irresponsabile. Ma amplificarle fino a trasformarle in un’etichetta generazionale lo è altrettanto.
I dati scientifici ci chiedono una postura educativa più matura: riconoscere i problemi reali, investire in prevenzione e supporto, ma allo stesso tempo restituire ai giovani un’immagine di sé non patologizzata. Perché una società che guarda ai suoi giovani solo come a un problema, rischia di perdere di vista la sua più grande risorsa.
Ada Muscari, pedagogista.




