#BastaChiacchiereFacciamoScuola: l’appello della prof alla vigilia della ripartenza. “Ho paura? sì, ma ho un dovere””

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Cari colleghi, inutile dire che da marzo la scuola è stata un polverone: concordo con tutti voi che sia stato difficile gestire nuovi linguaggi in una situazione di emergenza, concordo che la scuola non era pronta, che le famiglie non erano attrezzate né fisicamente né spiritualmente, concordo sul fatto che il continuo procrastinare la decisione di non riaprire la scuola abbia tenuto tutti nell’incertezza impedendoci di pianificare a lungo termine; concordo su tutto.
Però… eh sì, c’è un però! Ora è il tempo di smetterla di lamentarsi, è tempo di lasciar da parte le recriminazioni e i “se avessero…”. A distanza di poco più di due mesi dalla conclusione di questo anno a dir poco surreale è ora di tirare i bilanci, non sull’operato del governo, né sulle infinite notizie di come sarà la riapertura. È ora di fare un bilancio serio sul nostro operato, ragionare su quello che non ha funzionato e su quello che ha funzionato.
Sì, avete letto bene, quello che ha funzionato, perché non è tutto da buttare! Avremmo potuto fare di più? Probabilmente sì. Dobbiamo sentirci in colpa per questo? Assolutamente no, perché il modo in cui reagiamo in una situazione di emergenza e di stress è legato più all’istinto che alla ragione. Se quest’anno dovesse ripresentarsi la DAD l’affronteremo nella stessa maniera? Ecco, è questo il nocciolo, la cosa che ci fa più paura, cosa fare se dovesse succedere? E sapete perché questo ci spaventa così tanto? Perché la prossima volta non avremo l’alibi dell’emergenza.
Ora sappiamo, e se siamo stati accorti abbiamo frequentato corsi di aggiornamento, abbiamo preparato una strategia e siamo pronti alla più grande delle sfide: inventare una scuola nuova. Capisco la paura di questo grande mandato ma è proprio così: ci troviamo davanti ad un cambio epocale e noi diciamocelo, sebbene abituati alle riforme scolastiche che ogni cinque – sei anni “rivoluzionano” la scuola, siamo abituati ad agire in un contesto conosciuto. Sebbene alcuni di noi insegnanti siano pionieri di metodi e approcci più o meno innovativi e votati alla didattica attiva, abbiamo sempre operato in un contesto certo, che magari non condividevamo, ma che ci serviva da metro di confronto. Anzi, chi di noi come me combatte strenuamente da anni per una didattica attiva in cui gli studenti possano essere i protagonisti della loro azione educativa, dovrebbe vedere in questo momento non tanto un ritorno al passato ma lo strepitoso potenziale in cui tutto può essere reinventato.
Quando leggo la preoccupazione che i banchi separati impediranno il lavoro a gruppi sorrido, perchè ci siamo dimenticati che la classe è il gruppo. Può sembrare un controsenso ma non lo è affatto: per anni ho fondato e gestito come progetto didattico associazioni cooperative scolastiche, con tanto di presidente, vicepresidente, tesorieri, segretari, ecc. Le assemblee di cooperativa si tengono con tutti i soci e ogni socio può proporre idee ed essere attivo. Non servono i piccoli gruppi per fare scuola attiva. Utilizziamo le assemblee in circle time; e se non potessimo metterci in cerchio? Giriamoci sulla sedia per guardare in faccia chi sta parlando.
Cambiamo strategia e organizziamo gruppi di studio pomeridiano sulle piattaforme digitali, in modo che i ragazzi possano comunque confrontarsi in piccoli gruppi quando sono a casa. Rendiamo i bambini autonomi. Come? Utilizziamo le piattaforme di e-learning nella didattica in classe, carichiamo i materiali al mattino e apriamo la piattaforma durante le lezioni, così che i bambini imparino a utilizzarla insieme a noi con l’esempio.
Tra le cose che ho imparato in questo momento di lockdown, la più importante è che se noi ci siamo, ci sono anche i bambini e le famiglie. Ci saranno sempre delle criticità, problemi di linea, dispositivi non funzionanti, famiglie assenti, ma noi dobbiamo guardare al nostro operato. Se noi siamo agitati, preoccupati, arrabbiati per la situazione, i nostri alunni saranno agitati, preoccupati e arrabbiati. Se noi rifiuteremo la DAD, la rifiuteranno anche i nostri alunni. Perché insegnare è “lasciare il segno” e siamo noi a dover decidere quale tipo di segno.
Sono preoccupata per settembre? Assolutamente sì. L’incertezza mi assale? Assolutamente sì, è normale. Ma ogni giorno mi chiedo: “Cosa posso fare per i miei alunni? Come posso rendere questo prossimo anno straordinario, ricco di esperienze, stimolante, divertente, inclusivo?” Lo sapete non c’è una formula magica, ogni classe è meravigliosamente diversa e le pratiche didattiche pressochè infinite, è lo spirito con cui si affronta l’ignoto a fare la differenza. È ora di uscire dalla confort zone durata secoli per diventare anche noi protagonisti della nostra azione didattica ed educativa.
Qualcosa non funzionerà? Sicuramente sì. Allora attiviamo le nostre capacità di problem solving e abbracciamo il metodo scientifico, affrontiamo questo anno come inventori, scienziati, matematici: osserviamo, facciamo ipotesi, sperimentiamo, raccogliamo dati, tiriamo conclusioni e facciamo scuola.
Giuditta Gottardi
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