Opinioni

Mariangela Vaglio, cari genitori ai compiti a casa si sopravvive. Basta organizzarsi

Mariangela Vaglio, cari genitori ai compiti a casa si sopravvive. Basta organizzarsi

di Mariangela Vaglio

Tratto dal mondo di Galatea

Visto che l’argomento compiti a casa suscita vespai di polemiche, e pare che noi insegnanti siamo insensibili al grido di dolore dei genitori, ecco a loro uso e consumo un piccolo elenco di consigli per affrontare i compiti a casa aiutando i figli a farli e non sostituendosi a loro.

Vostro figlio è intelligente. Piantatela di trattarlo come se fosse ancora un lattante con il pannolino. Se il compito è stato assegnato dall’insegnante, vuol dire che è pensato per un ragazzino di intelligenza normale della stessa età del vostro. Se è preso da un libro di testo, vuol dire che è stato scritto da un team di esperti che si occupano di editoria scolastica da decenni. Se è un compito pensato dall’insegnante, vuol dire che è stato pensato da un tizio che conosce la classe di vostro figlio, vostro figlio e sa cosa ha spiegato in classe. Quindi è altamente probabile che il ragazzino lo sappia e lo possa fare senza aiuto. Fidatevi

«Non ho capito l’esercizio, non ci riesco!.» Prima di correre in aiuto al povero bimbo vessato da insegnanti crudeli fate qualche domanda più precisa. Lo so, sono le otto di sera, voi siete stressati e il bimbo vi guarda con occhioni da cucciolo come Bambi guardava la mamma prima di vederla morire. Lo fanno sempre. Anche con noi in classe. E sanno benissimo che funziona. Sono abituati che con questa tecnica un adulto pietoso si sente in dovere di fare l’esercizio al posto loro. No. Prima di tutto, circoscrivere il problema con alcune domande: «Cosa non hai capito?» Se risponde, come capita nel 90% dei casi, «Niente!» campanello di allarme che suona nella testa. Quasi sempre non ha letto la consegna o l’ha letta di corsa e di malavoglia. Rileggetela con lui e domandando cosa esattamente non ha capito, chiedendogli di spiegare la consegna con parole sue. Se non sa il significato di una o due parole si guarda sul vocabolario. Nella stragrande maggioranza dei casi, magicamente questo risolve tutto. Quando il ragazzino capisce che non ve la fa, si rassegna a fare l’esercizio. Se invece attacca con: «Ci ho provato, ma non ci riesco!» con un gran sorriso dite: «Ok, fammi vedere come hai provato e vediamo assieme qual è il problema.» Anche qua, nel 90% dei casi scoprirete che non ha mai nemmeno provato a risolvere la cosa, certo che l’avreste fatto voi.

Mariangela Vaglio, ci abbiamo provato tutti

«Ci ha dato gli esercizi su cose che non ha spiegato!» Improbabile. Anche qua gran sorriso e domandare: «Ma hai degli appunti presi in classe? degli schemi? » Se comincia a bofonchiare, probabilmente la spiegazione da qualche parte c’è, ma è stata ingoiata da qual mare nero che è lo zaino, o giace scribacchiata su foglietti volanti persi chissà dove. Se invece l’argomento è spiegato sul libro, anche qua prima di fare gli esercizi gli si dice di leggere bene le pagine del libro e ripeterle usando parole sue. Nel 90% dei casi, magicamente, questo risolve i problemi. Non è che l’insegnante non spiega, è che il ragazzino cerca di fare i compiti senza aver prima studiato o ripassato quanto era stato detto in classe. Ci abbiamo provato tutti, da ragazzini.

«Non ho i compiti/ ero assente/non l’ho scritto sul diario/non ho capito cosa si deve fare!» E subito i genitori si lanciano nella chat di classe su Whatsapp per tormentare tutti gli altri genitori ed avere consegne. No. Caspita, segnarsi i compiti è una cosa che deve fare il ragazzino. Se è stato assente, è lui e non voi che dovete arrabattarvi per scoprire cosa c’è da fare. Quindi lui chiama il compagno e si fa dare i compiti, gli appunti, le fotocopie. Non voi. Se era assente, telefona ad un compagno. Se era a scuola e non li ha segnati, si arrangia a recuperarli da solo. Se non ha capito cosa deve fare, si ricade nel caso sopra: si chiede di preciso qual è il problema, non si rompono le scatole a tutti gli altri genitori per tutto il pomeriggio.

Mariangela Vaglio, il riscontro con l’insegnante

«Non so fare l’esercizio.» Se nonostante tutto il ragazzino non ce la fa comunque a farlo da solo, bene, l’esercizio non si fa. Il ragazzino la mattina seguente andrà immediatamente dall’insegnante appena entra in classe e gli dirà che non ha proprio capito come andava fatto. Gli insegnanti servono a questo ed è importante per loro avere questi riscontri, perché aiuta anche a calibrare in futuro gli esercizi da dare al ragazzino o all’intera classe. Quindi se non capisce, chiede. Deve abituarsi ad affrontare questa situazione, perché è chiedendo spiegazioni che si impara. E deve farlo lui, non voi. Non scrivete sul libretto all’insegnante giustificazioni. Se per caso l’insegnante dovesse dare una nota, allora e solo allora scrivete due righe sul libretto spiegando che aveva provato a risolvere l’esercizio e non era riuscito. Ma prima verificate che il ragazzo sia andato subito dall’insegnante a spiegare che non aveva fatto l’esercizio, e non abbia cercato invece di fare il furbo stando zitto, perché nel qual caso la nota è più che giustificata.

Se poi vi rendete conto che proprio il ragazzino non ce la fa, non riesce a capire le consegne più semplici, non segna i compiti sul diario, è disorganizzato, i compiti sono una vera e propria agonia e non ha nessuna autonomia nel farli da solo ma abbisogna della vostra costante presenza per risolverli, eh allora c’è davvero qualcosa che non va. Ma non nella quantità di compiti. Potrebbe essere un disagio del bambino. Parlatene con gli insegnanti e considerate a quel punto di concerto con loro di rivolgervi ad uno specialista. Ma, credetemi, sono casi rari. Quasi sempre le grandi difficoltà dei ragazzini si risolvono immediatamente appena si rendono conto che non possono delegare a voi le cose e devono fare da soli. Imparano ad organizzarsi e a studiare. Diventano grandi. Il che vuol dire che voi siete un po’ meno necessari, e questo può far male, perché finché dipendono da noi noi ci sentiamo utili e giovani. Ma anche questo è essere genitori: stare un po’ male perché loro stiano meglio.

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