Noi, i bimbi che guardavano la Melevisione l’11 settembre del 2001: ecco cosa siamo diventati

Accipigna, scivolizia, blumele, sputapallin.
No, non è un esperimento di futurismo linguistico e neanche il tema di un analfabeta. E’ parte di un lessico che risulta familiare solo a chi, nato a cavallo tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 come chi scrive, conosce perfettamente il linguaggio della Melevisione. Un programma per ragazzi in onda su Rai3 in fascia pomeridiana dal 18 gennaio 1999 al 6 settembre 2010.
Tanti di quelli che all’epoca erano bambini, per una bizzarra coincidenza, erano sintonizzati sulle avventure di Tonio Cartonio e delle altre creature del Fantabosco anche in un giorno del tutto particolare. Una data che ha spaccato nettamente la storia del mondo in un prima e in un dopo: l’11 settembre del 2001.
11 settembre, la giornata
Eravamo in tanti, quel martedì pomeriggio, seduti sui nostri divani a guardare tutti gli eroi della Melevisione. Da Lupo Lucio a Ronfo, dalla folletta Linfa a principe Giglio e la sua amata principessa Odessa.
Poi all’improvviso il crack: via la Melevisione, edizione straordinaria dei Tg su tutte le reti, immagini di una delle Torri Gemelle di New York già fumante, poco dopo lo schianto sull’altra torre e infine il collasso di entrambe le Twin Towers.
Per tutto il pomeriggio, mentre la tragedia si consuma sugli schermi di tutto il mondo, tornano alla mente le immagini del World Trade Center quando era ancora intatto. Specialmente a coloro, come chi scrive, che sulle maestose torri di New York c’erano stati qualche mese prima, ancora bambini, per un viaggio con mamma e papà.
Il volo pindarico
I giorni successivi, per noi piccoli spettatori della Melevisione, sono un volo pindarico in un mondo che neanche immaginavamo: quello degli adulti, quello dello scontro, quello della guerra.
Casualmente, proprio in quel periodo a scuola elementare ci fanno studiare quello che si chiama “schema logico”. Una struttura su cui si basa – in teoria – il modo in cui si scrivono anche articoli di giornale, con fatti, cause e conseguenze. Elementi legati tra loro e bisognosi di essere raccontati.
Quale occasione migliore dell’11 settembre per inquadrare le cose attraverso lo schema logico appena imparato? Ed eccola lì, la maestra pronta a schematizzare alla lavagna.
Fatti: c’è stato un attacco terroristico contro gli Stati Uniti d’America.
Cause: esiste un’organizzazione chiamata al-Qaeda che ce l’ha a morte con Stati Uniti ed Occidente.
Conseguenze: gli Usa attaccano militarmente prima l’Afghanistan, dove – dicono – si nasconde il capo dei terroristi Osama Bin Laden, ma anche l’Iraq, un paese dove si annidano collaboratori di al-Qaeda e armi di distruzione di massa nelle mani del dittatore Saddam Hussein.
Piccoli, ma non per questo fessi, capiamo che c’è qualcosa che non torna in questo schema, ma come se nulla fosse – appena la vita riprende in modo più o meno normale – torniamo beati a guardare la Melevisione nelle pause tra un problema di geometria e gli esercizi di inglese.

Tutto cambia
Ma la vita non è più la stessa, non lo è più stata la stessa da allora. Veniamo costretti a diventare grandi, a barcamenarci tra gli adulti che si dividono tra i fan di Oriana Fallaci e dello “scontro di civiltà”, e i pochi che invece – seguendo Tiziano Terzani – vedono nell’11 settembre una grande, enorme possibilità. Quella di rivedere in toto il modo in cui noi – europei ed occidentali – ci rapportiamo al resto del mondo, depredandone le ricchezze e sostenendo alla bisogna dittatori e organizzazioni militari confacenti ai nostri bisogni.
Capiamo poco di tutto questo, bisogna ammetterlo. Ma almeno una cosa, anzi una parola, entra nella nostra vita per non uscirne mai più: “sicurezza”.
Noi, i bimbi di “Città laggiù”, pian piano cresciamo, allontanandoci inesorabilmente dalla Melevisione (e dalla televisione stessa, scalzata da internet). Ma quella parola è ancora lì, mangiucchiata e risputata periodicamente da politici e personaggi noti: “sicurezza”.
Ritorno all’11 settembre
Passa la scuola media, passano le superiori – tra amicizie ancora oggi più vive che mai e preoccupazioni – e gli esami di maturità. Alla fine arriva l’università, la prima occasione, per chi scrive, di tornare a quel maledetto martedì pomeriggio davanti alla Melevisione, per tentare di capire – a distanza di dieci anni – cosa è successo davvero a New York e nel mondo l’11 settembre del 2001. Questa volta, però, con lo sguardo dell’altro, di quello che viene considerato il carnefice e il terrorista. Da qui, per chi scrive, l’idea di studiare l’arabo e l’Islam.
Poi la scoperta del grande inganno, di due paesi – l’Iraq e l’Afghanistan – devastati inutilmente dalla guerra, dei venti delle primavere arabe che sferzano il Mediterraneo. Da lì la presa di coscienza che, nuovo sangue sta per essere versato, in Siria e in Libia soprattutto.
Sicurezza
Oggi, nello stato di campagna elettorale permanente in cui i social hanno lanciato il modo di fare politica, quella parola continua a torna con insistenza: sicurezza.
Sembra chiaro che, nonostante le voci dissonanti ancora vive, alla fine abbiamo scelto lo “scontro di civiltà”, contrapponendo violenza alla violenza, piuttosto che preoccuparci delle cause profonde che la generano. Oriana Fallaci ha sconfitto Tiziano Terzani, e per la Melevisione – simbolo di bellezza e spensieratezza – non c’è più spazio di fronte al terrore indotto e alla tanto agognata necessità di “sicurezza”. Una “sicurezza” che, evidentemente, stiamo confondendo con la pace.
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