Usare correttamente i verbi “prorogare” e “ribattere”: la regola che pochi studenti (e docenti) conoscono

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Non solo errori ortografici come “qual è” scritto con l’accento, ma anche strafalcioni nell’utilizzo di verbi anche abbastanza comuni. Si tratta di una realtà difficile da accettare, come pure è difficile accorgersi degli errori quando sono parte del linguaggio comune. E’ il caso dei verbi “prorogare” e “ribattere”, sui quali si concentra un’analisi di Fausto Raso – specializzato in problematiche linguistiche – per Libreriamo.

Il pezzo prende spunto da un avviso pubblico, rintracciato su un giornalino pubblico, in cui si annuncia che un concerto sarà rimandato. “Per un’indisposizione del cantante*** – si legge nel testo – il concerto per i festeggiamenti del santo patrono della parrocchia è stato prorogato a data da destinarsi”. Il verbo prorogare, in questo caso, è usato in maniera impropria. Dal momento che – come suggerisce la radice latina  ‘pro-‘ (a favore) e ‘rogare’ (chiedere) – il significato letterale indica la continuazione di qualcosa oltre il tempo stabilito o, più precisamente, concesso. Significati come “aggiornare, rinviare, differire, rimandare etc. non sono quindi perfettamente aderenti alla semantica originaria.

Per quanto concerne il verbo “ribattere”, occorre precisare che prevede sia un utilizzo transitivo che intransitivo. Ma la scelta tra i due, ovviamente, non può e non deve essere casuale. Nel caso di uso intransitivo – “ribattere su un determinato argomento” – il verbo assume il significato di “insistere in maniera ostinata”.  Al contrario “è tremendamente errato – spiega Raso – dire o scrivere ‘ribattere alle accuse’. La sola forma corretta è ‘ribattere le accuse'”. Si tratta, in questo caso, di uso transitivo.

Immagine: LIBRERIAMO

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