“Dicono che non sappiamo fare i docenti, guai se dicessimo che non sanno fare i genitori”, lo sfogo di un prof

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di Marco Ernst, insegnante

Io ho iniziato ad insegnare molto presto, ero al terzo anno di università e volevo, come tutti i giovani, una certa indipendenza economica. Allora per fare supplenze (di anche solo cinque giorni), non c’era tutta la burocrazia di adesso. Bastava fare delle domande con la Olivetti lettera 22 e mandarle alle segreterie: se avevano bisogno ti chiamavano.

Alternai supplenze di educazione fisica e matematica. Credendomi il depositario della Verità. Salvo scoprire anno dopo anno che in tutti i mestieri si impara lavorando. E che quando si finisce si è arrivati a meno della metà, se si ha voglia di migliorarsi. Altrimenti anche molto meno.

Le scuole dove avevo spedito, anzi portato a mano, le domande erano più o meno nella mia zona. Scuole di periferia o, come si diceva allora, di frontiera. Seppure, data la giovane età, andavo molto d’accordo con i miei alunni, alcune classi erano piuttosto difficili: non esisteva sostegno e non c’erano educatori, avevo in classe alunni con gravi ritardi mentali, con sindrome di Down, anche un sordomuto e senza sostegno (dislessia e quant’altro, poi, erano pressoché sconosciute e l’insegnante si doveva gestire tutto).

C’erano poi gli alunni difficili, alcuni con genitori in prigione, inesistenti, andati, eppure se avessi ora quelle classi “difficili” mi sentirei un re.

Che cosa è cambiato? Le persone, i ragazzi? È cambiata la società, il modo di vivere, la famiglia. Ricordo che quando andavo alle elementari i miei compagni erano quasi tutti figli di operai, avevamo tutti, per così dire, le pezze al… posteriore eppure le mamme erano a casa a provarci la lezione, ad accogliere i nostri amici che venivano a fare i compiti o noi quando andavamo dagli altri, anche quelle che avevano studiato meno dei figli, quelle convinte che la pugna non fosse una battaglia, ma la presina per le pentole.

Le mamme erano a casa perché quasi nessuno aveva l’automobile, pochi il televisore, alcuni tenevano ancora il burro sulla finestra in una tazza d’acqua. Ora padri e madri lavorano entrambi a volte, sì, per sopravvivere, altre per avere la seconda auto, il terzo televisore ultrapiatto, il quinto smartphone. Ho alunni di undici anni che vengono a scuola con al collo il mazzo di chiavi di casa, perché quando escono da scuola non c’è nessuno a casa, neppure, sovente, nonne e tate che, comunque, servono come vigilanti ma non come educatrici.

Poi, a sera, i genitori rientrano stanchi, ognuno mangia a ore diverse, poi via, una in sala col televisore, in padre nello studio col pc i figli in camera con le consolle. E l’educazione? I valori? Il rispetto? La responsabilizzazione? Tutto è affidato alla scuola, ma tutto non va mai bene.

Le note disciplinari, va detto, non sono una punizione, anche se a volte noi insegnanti sbagliamo e le usiamo come minacci: smettila, siediti, taci o ti do una nota! Le note sono delle comunicazioni alle famiglie, delle richieste di collaborazione per risolvere un problema piccolo o grande che sia, ma spesso son prese dalle famiglie come un insulto, di certo come una seccatura: non sia mai che si debba prendere un’ora di permesso al lavoro per andare ad un colloquio.

Allora i genitori si arrabbiano, si sentono prevaricati, colti in fallo, si mettono in conflitto con l’insegnante “che ce l’ha con mio figlio”. Un insegnante non ce l’ha mai con un ragazzino, perché vorrebbe dire porsi alla sua età mentale; certo si secca quando un alunno/a impedisce a lui di fare il proprio lavoro, ma soprattutto sottrae tempo ai compagni. Alla fin fine non è certo l’insegnate la persona perfetta, per cui a volte sbotta, magari manda a quel paese l’alunno ( io ho chiamato i miei solipsisti ed ho detto loro di andare a cercare su internet cosa vuole dire, gli ho detto anche che sono catisofobici: risultato, genitori dal preside, via mail, perché chiedere un permesso…).

Sembra che l’insegnante non sia un collaboratore dei genitori, ma un nemico; ci sono madri che si lamentano di avere due figli e non si rendono conto cosa voglia dire averne venticinque! Si creano conflitti: genitori che chiedono la testa dei docenti per lesa maestà, insegnanti che alzano gli occhi al cielo ad ogni richiesta di colloquio. Ci sono genitori che dicono che il prof non sa fare il suo lavoro, ma guai se un insegnante dicesse loro che non sanno fare i genitori.

Una mamma ha esperienza genitoriale con un figlio, due, tre: un insegnante con centinaia, migliaia e poi magari ha anche dei figli, mentre più raramente i genitori insegnano. È uno scontro spesso insanabile, dovuto al fatto della presenza troppo pressante delle famiglie in un lavoro che non è il loro, dovuto all’opportunismo di dirigenti che non difendono i propri insegnanti ma preferiscono non mettersi contro le famiglie, non indagano neppure su ciò che accade, non si meritano di andare e stare un’ora in una classe a vedere come lavorano i propri docenti.

Così la scuola si vive male, ci si lavora male, ci si impara male; per fortuna non è così al cento per cento, ma la percentuale è comunque alta. Non ci sono ragazzi maleducati, ma spesso ineducati. Quando si accusano gli insegnanti di non tenere la disciplina, questo termine è terribile, evoca scuole militari, punizioni, mentre la disciplina dovrebbe essere solo senso di responsabilità e valori. E questi non li può dare un insegnate in due, sei, o anche otto ore alla settimana. Ma sono compito di chi ha scelto, si spera, di essere genitore ed ha il dovere morale di esserlo fino in fondo.

Scrivo un richiamo sul diario, il giorno dopo chiedo di vedere la firma e mi sento rispondere. L’ho detto a mio padre, ma non ha avuto tempo di firmare.

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