Pendolarismo dei docenti, una narrazione distorta: «Non siamo vittime ma professionisti che scelgono»
Dopo la puntata di Report del 25 gennaio, la voce dei docenti contro un racconto che semplifica e indebolisce la loro figura professionale
Dispiace vedere una categoria di professionisti rappresentata in modo così approssimativo e fuorviante. È questa la reazione di molti docenti dopo la trasmissione Report, andata in onda il 25 gennaio, che ha affrontato il tema del pendolarismo degli insegnanti raccontandolo come una condizione subita, quasi inevitabile, una sorte che tocca a chi non ha alternative.
Una narrazione che, però, non corrisponde alla realtà vissuta quotidianamente da chi insegna.
La scelta di insegnare: scuole, territori e consapevolezza
Spesso il pendolarismo dei docenti viene descritto come una costrizione economica o sociale, come se chi insegna non avesse voce in capitolo sulle proprie scelte di vita e di lavoro. La realtà è ben diversa: i docenti scelgono consapevolmente le scuole, la provincia e la regione in cui prendere servizio, valutando attentamente stipendio, distanza, mezzi di trasporto e condizioni di vita.
Con stipendi da precari per 18 ore settimanali che oscillano tra 1.500 e 1.800 euro, e che in alcuni casi arrivano anche a 2.000 euro, la quotidianità di chi insegna è fatta di decisioni precise e ponderate, facilmente dimostrabili attraverso i cedolini delle buste paga.
Ore di viaggio e sacrifici: non costrizione ma organizzazione
Molti docenti affrontano ore di viaggio ogni giorno, sveglie alle quattro del mattino e rientri a sera inoltrata. Ma non perché siano costretti o privi di alternative. Lo fanno perché hanno valutato le opzioni disponibili e scelto come organizzare la propria vita tra lavoro, famiglia e spese.
In questo senso, il pendolarismo non è una condanna, ma una scelta consapevole, spesso difficile, che nasce da un calcolo realistico delle possibilità.
Basta raccontarci come vittime
Ridurre il pendolarismo a una narrazione di “fatiche da vittima” è giudicato profondamente ingiusto. Chi insegna sa pianificare, calcolare e organizzare, valutando ogni dettaglio: stipendio, distanza, trasporti, affitti, vita familiare.
I docenti non sono persone passive, non subiscono decisioni senza riflettere. Ogni scelta è fatta con coscienza, nella piena consapevolezza dei sacrifici richiesti e dei benefici che si possono ottenere.
Un racconto che danneggia l’autorevolezza della scuola
Raccontare i docenti come “costretti” significa ridurre la loro professionalità e non rendere giustizia alla dignità di chi ogni giorno affronta responsabilità enormi. Gli alunni leggono, ascoltano, fanno domande. Vogliono risposte.
E intanto, questa narrazione rischia di far perdere autorevolezza agli insegnanti, che vengono osservati con sguardi di pietà anziché di rispetto.
«Io non ci sto», è la posizione netta di chi rifiuta di assecondare una rappresentazione che demolisce la figura del docente precario. Resta una domanda aperta: a quale scopo tutto questo?
I docenti non sono vittime passive, ma professionisti che scelgono, calcolano e affrontano ogni sacrificio con piena consapevolezza delle proprie decisioni. Una realtà che merita di essere raccontata senza semplificazioni e senza stereotipi.
Francesca Gabriele
giornalista e docente



