Inserimento a scuola: qual è il giusto approccio per gli insegnanti? I consigli degli psicologi
Pronti? Partenza? Via! Ed ecco il piccolo finalmente catapultato a scuola! Tutto fila liscio, atterraggio perfetto per la gioia di mamma e papà che finalmente vedono il loro piccolo entrare ufficialmente nel “mondo” con la prima grande esperienza da solo…
Ahimè, non va quasi mai così! Per alcuni bambini il passaggio da casa a scuola è un vero trauma, che dura qualche giorno o anche settimana. E ce ne vuole affinchè riescano ad apprezzare il nuovo mondo che si spalanca davanti ai loro piccoli occhi lucidi. Ogni bambino (e ogni genitore) affronta a modo suo l’inserimento a scuola. Chi ha già frequentato l’asilo nido parte – teoricamente – in vantaggio: si è già abituato all’assenza di mamma e papà durante il giorno e alla presenza di maestre e compagni di gioco.
Tuttavia, la «crisi» prima o poi arriva, per grandi e piccini. Per i genitori troppo ansiosi, per i bimbi abituati a stare troppo attaccati alla mamma, al papà o ai nonni (caregivers). Ecco perché si è resa necessaria l’obbligatorietà del periodo di inserimento nella scuola, pensato proprio per agevolare il distacco dei bambini dalla famiglia, attraverso delle tappe abbastanza precise, seppure flessibili. Inizialmente c’è la compresenza del genitore-figlio, poi si richiede al bambino di restare per poche ore (massimo 2 a seconda di come risponde) senza genitori, aumentando via via il tempo.
Scuola. Qual è il compito degli insegnanti durante l’inserimento?
Durante l’inserimento a scuola dei bambini ciascuno ha il proprio compito. Quello primario delle maestre è l’accoglienza. Accogliere un bambino “nuovo”, al suo primo anno scolastico, significa per l’insegnante tener a mente il possibile mondo “psichico” e di provenienza dei bambini o quello che finora è potuto essere. Ogni bambino ha la sua modalità per esprimere le emozioni legate alla separazione e all’inizio di una nuova esperienza. Ci sono bambini già abbastanza autonomi che seppure con “malinconia” vivono il distacco come un’opportunità, sono propensi alla relazione con i nuovi adulti, gli insegnanti, e si lanciano in giochi e in relazione con i pari.
Altri, invece, vivono questo momento con disperazione, diventando inconsolabili e spesso battaglieri attraverso manifestazioni comportamentali piuttosto accese (calci e pugni alla porta chiusa sono all’ordine del giorno!). Sarà fondamentale che le insegnanti trovino tempo da dedicare, anche breve, ad ogni bambino, in maniera specifica ed individuale. Bisogna innescare le basi per il successivo patto d’alleanza tra docente e discente. Sostenere il piccolo nell’inserimento è un continuo e dinamico costruire la relazione: il bambino, a poco a poco assimilerà che qualcuno si occupa di lui, che anche se il genitore non c’è, non è solo.
E’ necessario anche rassicurare e non rimproverare il bambino quando piange, facendogli capire che tra poco arriva la mamma a prenderlo o che verrà accompagnato presto a casa con il bus.
Un po’ di affetto non guasta: una carezza, un sorriso, il canto di una canzoncina insieme, prenderlo per qualche istante in braccio. Gesti grazie ai quali il bambino si sentirà voluto bene e tenuto in mente.
Scuola: il ruolo dei DS
Sicuramente le disposizioni del Dirigente scolastico giocano un ruolo significativo a favore di questo tempo personalizzato, dedicato al singolo bambino. Mentre in alcune scuole l’entrata dei piccoli al loro primo anno avviene in fasce differenti, in altre, purtroppo, si preferisce l’ingresso di tutti i bambini contemporaneamente. Nelle diverse realtà scolastiche, in cui possono trovarsi classi omogenee o eterogenee per età, poter predisporre un piccolo gruppo permette al bambino di entrare in contatto con l’altro in modo più graduale e questo è particolarmente significativo nei casi di inibizione o aggressività e impulsività in cui l’aspetto relazionale è compromesso.
E’ auspicabile che Il Dirigente, nella predisposizione del primo giorno di scuola, prenda in considerazione questo aspetto in modo da favorire nel bambino l’apprendimento delle abilità sociali necessarie attraverso poche interazioni alla volta, dare la possibilità di conoscersi e riconoscere l’altro in modo più controllato. Allo stesso tempo, le insegnanti avranno una migliore gestione del gruppo con conseguente riduzione di fattori di stress.
Quale relazione potrebbero tenere gli insegnanti con i genitori e/o accompagnatori (caregivers)?
Parola d’ordine: pazienza, tanta pazienza e diplomazia! Il rapporto con i genitori/parenti è il vero nodo da sciogliere per il benessere del bambino.
L’ideale sarebbe avere la possibilità di un incontro prima dell’inizio della scuola, solo con i genitori o rispettivi accompagnatori. Bisognerebbe spiegare, in un clima sereno e partecipe, che la partecipazione attiva dei genitori, soprattutto i primi giorni, determinerà una maggiore sicurezza nel bambino che vivrà il passaggio nel nuovo ambiente con più fiducia, e sicuramente velocizzerà il processo di “inserimento a scuola”.
Il bambino va accompagnato nell’esplorazione del nuovo ambiente ma allo stesso tempo è necessario lasciare spazio all’agire autonomo per rafforzare e rendere il bambino consapevole delle proprie capacità che può utilizzare anche fuori dall’ambito familiare.
Spesso il cambiamento dei ritmi e la separazione da casa possono provocare regressioni nel comportamento e reazioni emotive negative anche intense (pianti, nervosismi..): è importante non colpevolizzare il bambino ma riconoscere questi episodi come normali momenti di un processo caratterizzato, a volte, da diverse paure.
Concretamente, gli insegnanti devono però ricordare e considerare per quanto possibile, che il ritmo lentissimo, auspicabile per l’inserimento, spesso si scontra con un mondo organizzato del tutto diversamente, specialmente nel nostro paese. Se i genitori lavorano, come sempre più spesso accade, l’inserimento “super slow” si tradurrà solo in accompagnamenti ansiosi, ricerca affannosa di parenti che possano sostituirti, e dispiacere e frustrazione per non essere lì.
I docenti dovrebbero aiutare i genitori, spiegando al piccolo che anche loro son dispiaciuti di non poter stare con lui, ad esempio attraverso frasi come: “Anche alla mamma dispiace non vederti tutto il giorno. Però è contenta perché starai in un posto bellissimo, dove ci sono tanti bambini come te, tanti giochi…”. Il genitore, per congedarsi, potrebbe stabilire un piccolo rituale rassicurante, da ripetere ogni giorno. Ad esempio, il bambino sta due minuti in braccio alla mamma, viene accompagnato alla porta, fa ciao con la manina, prende in consegna un suo oggetto con la promessa di restituirglielo al ritorno.
Bisognerebbe invitare i genitori a non cercare pretesti e non inventare bugie per allontanarsi
Se si approfitta del momento in cui il bambino è distratto per sgusciare fuori dalla porta, quando si accorgerà dell’assenza si abbandonerà a un pianto sconsolato. Si potrebbe sentire tradito e soprattutto si avrà l’effetto contrario: il bambino vorrà evitare che i genitori scompaiano e rimarrà ancora più attaccato. Consigliate al genitore di salutare sempre il bambino e senza alcun tentennamento di andare anche se piange. In molti casi il suo pianto si calma dopo pochi minuti. Prolungare oltre i termini della ragionevolezza i riti del congedo non serve ad evitare i pianti. Anzi, al contrario, in genere li accentua e infonde nel piccolo la convinzione che non siete sicuri di quello che state facendo.
Infine con un sorriso, chiedete fiducia ai genitori. Se loro mostrano di aver fiducia nella maestra e di far riferimento a lei per tante cose, il bambino comincerà a vedere la maestra di buon occhio. Questo è un periodo cruciale per le maestre. Gli incontri all’uscita di scuola sono un’occasione per scambiare informazioni sul bambino relative al suo vissuto interiore, ai momenti più piacevoli della giornata o di eventuali episodi negativi e la loro gestione. Senza limitare la comunicazione agli aspetti più operativi (cosa ha mangiato o se ha dormito). In questo modo, il genitore vedrà nell’insegnante una persona che si occupa del bambino in modo globale e attento, rafforzando così il senso di sicurezza e di condivisione che poi sarà trasmessa anche al piccolo.
Durante le prime settimane di scuola o anche dopo alcuni mesi di frequenza, genitori e, indirettamente, gli insegnanti, potrebbero notare nel bambino dei momenti di regressione passeggeri che segnalano inevitabilmente che qualcosa si è mosso: il bambino sta facendo uno sforzo per crescere.
Mettere il bambino al centro dell’azione educativa significa innanzitutto riconoscere l’individualità di ciascuno, dare il giusto tempo
Evitate sempre il confronto con gli altri bambini. Far notare che gli altri hanno meno difficoltà di lui lo farebbe sentire ancora più solo con un suo “eventuale” problema.
CONCLUSIONI
La “paura” del primo giorno, la paura del primo incontro, riguarda i bambini così come gli adulti. Saremo in grado di coinvolgerli, di farli sentire a casa?
Non ci sono ricette magiche: spesso, anzi, quasi sempre, l’azione educativa si caratterizza per l’imprevedibilità e la variabilità delle situazioni.
Possiamo però individuare alcune caratteristiche che possono rendere questo passaggio positivo e sereno: la comunicazione empatica e di condivisione con la famiglia, la capacità di porsi in ascolto e di saper rispondere alle esigenze non solo fisiche dei nuovi piccoli, la capacità di riconoscere e saper condividere con il team educativo eventuali difficoltà e loro gestione, la capacità, infine, di predisporre un ambiente di apprendimento accogliente, stimolante e in grado di far emergere le potenzialità di ogni singolo bambino.
Pronti? Iniziamo!
Dott.ssa Melania Oliviero
Dott.ssa Stefania Romeo
GDL Nazionale Psicologia Scolastica
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