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Valditara: no al cellulare in classe. ScuolaZoo: inutile proibire, meglio integrare

Intervista a Tommaso Tedesco – Head of content di ScuolaZoo 

di Vincenzo Scarpellino

Questa volta il Ministro Valditara ci è andato giù duro: “Per il prossimo anno scolastico (…) vorremmo vietare l’uso del cellulare anche per le scuole superiori”. Detto fatto: il 16 giugno scorso è stata pubblicata la Circolare che proibisce l’uso dei cellulari in classe anche alle scuole secondarie…

Quindi, dopo le scuole primarie e le scuole medie ora tocca a Licei, Tecnici e Professionali, insomma al meglio della gioventù italiana. L’argomento è scottante e noi di OggiScuola decidiamo di parlarne (non prima di aver riposto il cellulare, ovviamente…) con Tommaso Tedesco – Head of content di ScuolaZoo, la più grande community studentesca online in Italia con oltre 5 milioni di follower  che, da tempo, costituisce un osservatorio privilegiato sul mondo degli studenti.

 Che ne pensa dell’iniziativa del Ministro Valditara?

Sono convinto che il proibizionismo non funzioni. Non ha funzionato storicamente in altri ambiti, e non è chiaro perché dovrebbe funzionare adesso. Vietare l’uso del cellulare tout court non affronta la vera questione: l’educazione al suo uso consapevole.

La community è già in fermento?

Assolutamente sì. Gli studenti ci scrivono, commentano, si confrontano (come in questo post Instagram). E in tanti percepiscono un approccio che non li coinvolge e che li blocca. Abbiamo raccolto centinaia di voci che dicono tutte la stessa cosa, con toni diversi ma una linea comune: il vero problema non è lo smartphone, ma una scuola che troppo spesso dimentica di evolversi, che non ascolta i bisogni veri dei ragazzi. Insomma, le nuove generazioni non vogliono essere esclusi dalle decisioni che le riguardano.

Che segnali sta raccogliendo?

Da un lato c’è chi riconosce che lo smartphone può distrarre. Dall’altro c’è anche chi è consapevole che con lo smartphone si può imparare, comunicare, esprimersi. Il punto non è lo strumento, ma come lo si usa. Chi non vuole seguire la lezione, non la segue comunque. E il divieto viene percepito come un’imposizione, non come una scelta condivisa o motivata in modo chiaro. E allora cosa serve? Serve offrire occasioni strutturate in cui i ragazzi possano riscoprire il valore del tempo e dello stare insieme. Un esempio sono gli Offline Days che abbiamo lanciato a maggio e a giugno, quattro giorni tra natura, sport ed esperienze analogiche. Due weekend di full detox dalla tecnologia! I dati del nostro Osservatorio sullo slow-living, condotto insieme a TheFork, parlano chiaro: l’82% dei giovani ha già fatto o vorrebbe fare digital detox e l’86% crede che rallentare faccia bene alla salute mentale. I ragazzi non rifiutano di “stare senza cellulare” ma rifiutano l’imposizione cieca, il divieto senza educazione.

Il Ministro dell’Istruzione austriaco, Christoph Wiederkehr, ha affermato che: “il cellulare è un killer della concentrazione”. Troppo drastico?

È una frase ad effetto, ma il tema è più complesso di così.  La concentrazione si può perdere anche in una lezione noiosa o in un’aula che non stimola. Il punto non è eliminare il telefono, ma rendere la scuola un luogo in cui la concentrazione avvenga in maniera naturale.

Anche lo Psichiatra Paolo Crepet è contrario all’utilizzo degli smartphone a scuola…

Eppure ci sono esperienze e casi, come quella di H-Farm, dove la tecnologia è integrata fin dalle elementari e con successo. Quindi non è una questione di sì o no, ma di come e perché.   La tecnologia, se bene integrata, può portare a risultati sorprendenti.

Per non parlare delle famiglie, anch’esse per la grande maggioranza contrarie.

Servirebbe un patto scuola‑famiglia che dia senso all’uso dello smartphone. Delle linee guida condivise.

Invece, un gruppo di ricercatori dell’Università di Birmingham ha pubblicato su “The Lancet” una ricerca che dimostra che il divieto di utilizzo del cellulare non porta automaticamente a migliorare voti, salute mentale e comportamento dei ragazzi. Ed anche diversi docenti sono contrari al divieto perché così non possono utilizzare le app didattiche. Insomma, come se ne esce?

Con una parola: integrazione. La tecnologia deve saper accompagnare la didattica, sono due cose che possono convivere. Noi di ScuolaZoo usiamo ad esempio Kahoot! e altre app educative, e abbiamo ideato dei video didattici su Spotify, Youtube e TikTok chiamati “Noccioline”. Se i ragazzi li guardano a casa per imparare divertendosi, perché non possono farlo anche in aula?

Secondo Lei e la Sua community, gli insegnanti sono preparati all’uso integrato dei dispositivi mobili in aula?

Alcuni sì, molti no. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di formazione. Serve un investimento strutturale per formare i docenti: non possiamo pensare di parlare di futuro senza formare chi ci deve portare lì.

Veniamo a ScuolaZoo. Per i pochi che non conoscono la community, di cosa si tratta?

ScuolaZoo è la più grande community studentesca in Italia, con oltre 5 milioni di follower. È una testata giornalistica, un tour operator, un rappresentante degli studenti. ScuolaZoo è anche un diario: se lo smartphone sparisce dai banchi, tornano in mano altri oggetti più personali, che da semplice agenda diventa di nuovo spazio di espressione, un pezzo di identità… da scarabocchiare, scrivere, conservare. Un ritorno al cartaceo che molti vivono quasi come una forma di resistenza creativa. Ma ScuolaZoo è soprattutto un media network di ascolto e di dialogo costante con la GenZ, un osservatorio privilegiato sulla società che cambia. Stare a così stretto contatto con le nuove generazioni per noi significa anticipare i trend, capire i nuovi linguaggi, accettare la sfida della comunicazione giorno dopo giorno.

Ci spiega a noi poveri appartenenti alla Generazione X e Millennials chi sono quelli della GenZ e come comunicare con loro?

Sono una generazione iperconnessa ma anche affamata di autenticità. Se vuoi entrare in relazione con loro… devi ascoltarli davvero, non solo parlare loro dall’alto o imitare superficialmente il loro modo di parlare.

Molti studenti sono dei fulmini con i social e i loro linguaggi, ma se si tratta di scrivere l’oggetto di una mail vanno in crisi di panico: cosa non va?

È un problema di contesto. La scuola spesso non trasmette le competenze digitali utili per il mondo del lavoro. Serve più educazione digitale, perché anche scrivere una e-mail richiede competenze che probabilmente non sono state trasmesse.

Perché i messaggi scritti su WhatsApp somigliano a codici fiscali?

Perché i ragazzi sono veloci, pratici, non perdono tempo. È il loro registro: spetta a noi decifrarlo e spiegare loro le circostanze in cui sarebbe meglio utilizzare registri più formali.

Noi di OggiScuola ringraziamo e salutiamo Tommaso Tedesco che, con questa intervista, ci ha fornito alcuni spunti critici per un dibattito sull’uso dello smartphone in classe che si preannuncia, come avrete capito, piuttosto acceso.

E abbiamo colto l’occasione anche per  conoscere meglio, attraverso la community di ScuolaZoo, il mondo della GenZ, un mondo variegato, ricco di linguaggi e modi di essere che noi Millennials dobbiamo ancora imparare a comprendere nella sua complessità (o semplicità?).

Non ci resta che dire: “il dibattito è aperto”; ora tocca a voi: inviateci le vostre idee, opinioni e critiche.

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