I TRE ERRORI DELLA SCUOLA ITALIANA

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La recente lettera aperta al Governo e al Parlamento, firmata da 600 docenti universitari, sulla grave ignoranza della lingua italiana diffusa fra i giovani [1] – completamente ignorata dalla politica ufficiale – costituisce un grido di allarme particolarmente inquietante per la situazione non solo della cultura, ma anche del futuro della società civile e della democrazia in questo paese.

Obnubilata dalle mode anglicizzanti, dal politically correct  che sembra individuare nella conoscenza della lingua inglese l’obiettivo primario di ogni formazione linguistica (dimenticando che senza lingua madre mancano le fondamenta stesse di una rigorosa competenza per l’apprendimento di ogni idioma), la politica italiana prosegue nella sua inconsapevole ma oggettiva opera di demolizione della coscienza civile e morale dei giovani, che passa anche e soprattutto attraverso l’abbandono della tutela e dell’incremento della lingua nazionale.

Una storia che arriva da lontano

Del resto, almeno negli ultimi tre decenni, la scuola italiana è stata gradualmente inghiottita in una sorta di abisso articolatosi in tre vortici concentrici, decisamente non per effetto del suo mancato adeguamento all’evoluzione della società, ma per la sciagurata combinazione di vari fattori quali incompetenza, malafede di interessi economici “forti”, ignoranza ed arroganza culturale: un processo lento, a tratti anche doloroso, svoltosi fra l’indifferenza e il colpevole silenzio dei cosiddetti “intellettuali”, che tanto chiasso inutile avevano fatto negli anni ’70, ora ben inseriti nei centri di potere mediatici.

Sono le cause che hanno fatto sì che chi ha vissuto un’intera carriera nella seconda agenzia educativa della società (divenuta ormai la prima per abdicazione e semidissoluzione dell’istituzione familiare), abbia potuto amaramente constatarne il lento e inesorabile sprofondamento in un abisso di demagogia e inefficienza, fino a vederla ridurre – ed è cronaca degli ultimi anni, con la cosiddetta “buona scuola”  – a un più o meno dequalificato centro di formazione professionale asservito a un disegno di banale “addestramento d’impresa”…

E’ ormai divenuto luogo comune che le strutture della scuola italiana, “nonostante” gli interventi burocratici sconclusionati, frammentari e dispersivi dei legislatori, abbiano retto grazie alla tenacia e buona volontà, al lavoro semigratuito di numerosi docenti preparati e motivati, in un contesto generalmente demotivante.

Scuola: formare cittadini

Ora, però, dobbiamo ammettere che i risultati lasciano, comunque, a desiderare: basterebbe osservare la storia italiana da fine secolo a oggi, per nutrire qualche dubbio sul fatto che, in una situazione di scolarizzazione generalizzata e di massa, la scuola sia riuscita a formare cittadini veramente consapevoli, informati e dotati di radicato senso critico, in grado di associare a una formazione professionalizzante specifica quel bagaglio culturale che è linfa vitale di ogni vera democrazia:  i vizi e i mali del popolo italiano sono tornati trionfanti a galla, dopo una fase di crescita economica e culturale che aveva fatto sperare in un salto di qualità civile degli italiani.[2]

Tutto ciò, a parer mio, è imputabile fondamentalmente al fatto che – come detto all’inizio – la scuola italiana è stata risucchiata in tre sciagurati errori, quasi vortici, grazie alla infausta manipolazione dei governi che si sono succeduti da decenni e al silenzio della cultura ufficiale: li elencherò e illustrerò brevemente, perché sia chiaro a tutti il danno che hanno procurato e il vero e proprio “genocidio generazionale” che rischiano di concretizzare.

L’elenco

  1. In primo luogo, l’idea balzana, ormai da chiunque considerata logica grazie alla sua grottesca ripetizione da parte dei media e degli operatori scolastici, della cosiddetta “scuola-azienda”. Essa consiste nell’identificare l’istituzione a cui è delegata l’istruzione e la formazione, sia culturale che professionale, dei giovani, con un qualsiasi complesso aziendale erogatore di servizi, alla stregua delle imprese fornitrici di gas, luce, acqua e conseguentemente operanti secondo logiche concorrenziali di efficienza e profitto d’impresa.
  2. Un’altra idea inquietante che ha risucchiato la scuola italiana, come in un Maelström di superficialità, è quella secondo la quale  le “conoscenze” sarebbero inutili o comunque di secondaria importanza, ma ciò che conta sia l’apprendimento di “competenze”: non sto a chiarire i due concetti perché sarebbe lungo, ma chi opera nel mondo della scuola ne ha cognizione, anche se il secondo termine, nella frequenza distratta e consunta dell’uso, mantiene un alone di fumosa ambiguità. Naturalmente viene da chiedersi come si possa elaborare una competenza, una consapevole capacità applicativa di conoscenze, senza le stesse o possedendone solo poche, approssimative e generiche.
  3. Ultima e più recente – e forse del tutto fatale – voragine in cui la scuola sta precipitando, è l’idea che essa debba essere al servizio esclusivo dell’azienda, cioè delle richieste ed esigenze immediatamente contingenti provenienti dal mondo imprenditoriale e del lavoro, in una visione strettamente e grettamente aziendalistico-economicistica dell’istruzione.

Articolo a cura di Danilo Falsoni del Centro Studi della Gilda. 

Falsoni è docente da molti anni negli istituti di istruzione superiore e tiene incontri e conferenze per Comuni e varie istituzioni culturali, come la Società Italiana Dante Alighieri. È autore di saggi e articoli pubblicati su riviste quali “Nuova Secondaria” e “Rivista di studi italiani”.

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