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“Per non vedere più il mio amico bullizzarmi sono diventato cieco psicosomatico”: la storia di Andrea, 8 anni

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“Ho comandato al mio cervello di non vedere più cosa succedeva a scuola”. Aveva 8 anni Andrea, nome di fantasia, frequentava la terza elementare e i suoi occhi avevano smesso di vedere.

Al Corriere della Sera Andrea, che ora ha 12 anni, racconta la sua triste storia.

“In prima elementare avevo due migliori amici, ma uno di loro cercava in tutti i modi di allontanarmi dall’altro perché temeva che glielo portassi via — racconta con calma seduto ad un tavolino della scuola media —. Da una parte mi trascinava nel trio, dall’altra voleva escludermi, me ne faceva di tutti i colori”. La storia è andata avanti per due anni e mezzo, sempre e solo a scuola, senza che le maestre si accorgessero di nulla. Una violenza più che altro psicologica, ripetuta e protratta nel tempo, a volte anche fisica. “Mi prendeva in giro pesantemente, mi derideva per i brutti voti, mi dava nomignoli — aggiunge Andrea —. Un giorno mi ha obbligato a stendermi a terra e tirare su le gambe, così mi sono dato una ginocchiata tagliandomi un labbro, un’altra volta mi ha spinto contro un armadio”.

Andrea era soltanto un bambino, non riusciva a dare forma all’idea che il suo miglior amico fosse in realtà il peggior nemico. Una contraddizione a quell’età intollerabile.

“Oggi sono cambiato — dice Andrea, che continua ad essere seguito dallo psicologo —. Sono riuscito a capire quello che è successo: lui si sentiva minacciato da me”. Tanti dettagli di quella storia ormai li ha dimenticati. Segno che la sta superando, dicono gli psicologi. E parlando del suo ex compagno non parla di bullo, ma di carnefice. “Non lo odio, non lo voglio vedere morto per intenderci — ci tiene a precisare —. Ma ancora non riesco a capire il motivo di tanta cattiveria. In fondo l’ha avuta vinta lui, sono stato io a dover lasciare e ad andarmene”.

La mamma avrebbe potuto denunciare la scuola che non ha riconosciuto la gravità della situazione, ma non l’ha fatto per evitare al figlio l’ulteriore stress di un processo.

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