Laureati italiani non trovano lavoro. L’economista Boldrin: “Colpa della scuola, l’istruzione in Italia è da rifare”

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“Serie insufficienze sia culturali che sistemiche” sono alla base dell’incongruenza tra la domanda di lavoro e l’offerta di laureati usciti dal sistema educativo italiano. Una di queste insufficienze riguarda senza ombra di dubbio il mondo della scuola. E’ questa, in sintesi, l’analisi dell’economista ed ex politico Michele Boldrin, affidata ad un editoriale su Linkiesta.

Boldrin, fondatore insieme a Oscar Giannino del soggetto politico ‘Fare per Fermare il Declino’, insegna economia del rischio e delle assicurazioni all’università Ca’ Foscari di Venezia. Liberale e liberista convinto, l’economista avvia la sua analisi partendo da un assunto cinico ma puntuale: “Non si può pretendere di avere un’occupazione solo per il titolo di studio”. E questo perché “Le imprese evolvono adattandosi reciprocamente in un equilibrio dinamico in cui prezzi, profitti e perdite segnalano quel che funziona”.

Titolo di studio e posto di lavoro

“Non vi è alcuna relazione definita tra titolo di studio, da un lato, e figura professionale dall’altro – argomenta Boldrin – Questo sia perché non tutti i voti/titoli misurano le stesse conoscenze (il mito del ‘valore legale’) sia perché le conoscenze acquisite sono, al meglio, degli strumenti per costruire/acquisire una professionalità socialmente richiesta. Quest’ultima si dimostra solo sul campo, con i fatti”.

“Un sistema economico che funziona bene è un sistema che cresce aumentando la propria produttività complessiva – prosegue Boldrin – In questo processo alcune mansioni scompaiono e se ne creano altre. Dal fatto che un tempo vi fosse alta domanda per avvocati e tornitori non implica che debba essere così per sempre. Se una persona ritiene che la sua professione sia quella giusta non ha che da produrre ciò che sa fare e metterlo in vendita. Se agli altri quel prodotto o servizio interessa, lo acquisteranno”.

Ma come si può rendere vendibile ciò che si sa o si sa fare?

E’ qui che Boldrin rintraccia “l’insufficienza sistemica” insita nel percorso dell’istruzione italiana, specialmente quella superiore.

“Un sistema di istruzione superiore che – spiega l’economista– insegna, in genere, quel (poco e sempre uguale) che i professori appresero e non quello che il sistema economico necessiterebbe“.

“Ecco quindi le decine di migliaia di laureati in “scienze” della comunicazione, giuridiche, politiche, commerciali, sociologiche ed umane d’ogni forma e colore” ironizza Boldrin. “Tutti regolarmente sottoccupati ed insoddisfatti. O le masse di diplomati a questo o quell’istituto superiore – spesso ‘sperimentale’ – che pensano di saper tutto quel che sul mondo c’è da sapere e di doverlo dimostrare nel raggio di tre chilometri da dove son nati. Dove, neanche a dirlo, nessuno sembra apprezzarlo”.

Forse cosciente della forza di tali affermazioni, il prof si giustifica così.

“Giudizi brutali? Brutali sono i fatti: l’istruzione superiore in Italia è tutta da rifare, dalla prima media in avanti”.

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