“La maestra deve solo vergognarsi”: quando ad attaccare per primo la classe docente è un Ministro

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Matteo Salvini, com’è noto, è un ministro a tutto campo. Compie viaggi di Stato al posto del ministro degli Esteri Moavero Milanesi. Incontra esponenti di spicco di Confindustria al posto dei colleghi Tria e Di Maio. E  spesso e volentieri si intrufola anche nei temi legati a scuola e istruzione, scavalcando di fatto il capo del Miur Marco Bussetti.

Da una rapida panoramica sulle “invasioni di campo” del capitano leghista nel mondo della scuola emerge un dato abbastanza chiaro: parole durissime, per usare un eufemismo, verso gli insegnanti.

Non tutti, ovviamente. Ma esistono motivi abbastanza validi perché un ministro dell’Interno con una così grande visibilità mediatica, la cui mission dovrebbe essere quella di mantenere ordine e sicurezza, possa mettere alla gogna mediatica i docenti?

L’ultimo episodio, in ordine di tempo, riguarda la canzoncina di Natale in cui il “bambino Gesù” diventava “bambino laggiù”. Quella sulle tradizioni natalizie a scuola, si sa, è una polemica ad orologeria che arriva puntuale ogni anno assieme a Babbo Natale e al cinepanettone. Il commento di Salvini – che si autodefinisce “l’ultimo dei buoni cristiani” perché va a messa “solo due volte all’anno” – non si fa attendere.

Quel “maestra” tra virgolette è un modo di esprimersi che toglie alla maestra, colpevole di un singolo atto negativo, l’intera dignità di ricoprire il ruolo di docente. I commenti al tweet, inutile sottolinearlo, sono sulla stessa china (e anche peggio).

Ha fatto scuola, mesi fa, il caso della domanda “Come facciamo a cacciare Salvini?” inserita in un compito assegnato in una scuola media di Bologna. In realtà, poi si scoprì che era stata un’alunna, nell’ambito di un’attività di conoscenza, a scrivere tra i propri desideri quello di cacciare il ministro dell’Interno.

Ministro che, senza effettuare tutte le verifiche del caso, aveva già fatto partire la gogna social con tanto di faccina triste per colpa della cattiva insegnante.

Più comprensibile – poiché arrivato da parte del capo del Viminale – il commento di Salvini sull’insegnante che aveva ingiuriato le forze dell’ordine a Torino, per poi essere trovata in possesso di hashish e cocaina.

“Ve la ricordate? Si era messa a insultare i poliziotti urlando: vigliacchi, mi fate schifo, dovete morire” scriveva Salvini sui social. “Ora trovati cocaina e hashish a casa sua. Non c’è che dire, un’ottima educatrice? Viva la scuola libera da questi personaggi!”.

Comprensibile sì, ma non troppo. In un clima di garantismo di decoro istituzionale, infatti, il ministro dell’Interno non dovrebbe usare i fatti di cronaca giudiziaria come strumento di rivalsa personale nei confronti di chicchessia, insegnanti compresi.

Infine, risale al 2015 ma è argomento assai attuale, l’episodio in cui l’allora eurodeputato Salvini si scagliava contro l’insegnamento dell’educazione sessuale a scuola.

“Mia figlia ha 2 anni e mezzo – dichiarava a Spirano, in provincia di Bergamo – se una maestra oserà parlarle di sesso a 6 anni vado a scuola e le faccio una faccia così, perché questo è compito della mamma e del papà”.

Certo, all’epoca Salvini non era ancora ministro e quindi non gli era richiesto alcun decoro istituzionale (non che dopo lo abbia acquisito). Ma le parole sono importanti per tutti, anche per i leader politici di fronte alla propria base elettorale.

Dire “le faccio una faccia così”, riferito ad una insegnante, qualunque sia il motivo, significa fornire un quadro ideologico per gli episodi di violenza da parte dei genitori verso i docenti. Episodi che, i docenti lo sanno bene, non fanno che moltiplicarsi giorno per giorno.

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