Bufera leghista: questionario “pro-gay” a scuola all’insaputa delle famiglie, ma è una bufala

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Bufera leghista: questionario “pro-gay” a scuola all’insaputa delle famiglie, ma è una bufala

“Ancora una volta i bambini delle scuole umbre diventano cavie da laboratorio per l’indottrinamento gender”. Questo è quanto scrive sul suo profilo Facebook il senatore leghista Simone Pillon. Il riferimento è alla decisione della Giunta regionale umbra di promuovere un questionario indirizzato ai ragazzi di terza media e quarto superiore. L’indagine, condotta dall’Università di Perugia in collaborazione con la regione Umbria, si propone l’obiettivo di studiare il rapporto dei ragazzi con la diversità.

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“La Giunta regionale umbra retta dal PD – continua Pillon – nonostante la bocciatura del protocollo regionale da parte di prefetture, sindaci, università e uffici scolastici regionali, ha deciso di forzare ugualmente la mano”.

La protesta in Aula

Un gruppo di parlamentari della Lega, intervenendo in Aula, ha protestato contro il questionario, dal momento che “Dopo aver indagato orientamento religioso e politico, non si fa scrupolo di chiedere ai bambini quale sia quello sessuale, da scegliere tra sei categorie quali catalogabili come ‘esclusivamente omosessuale’, ‘prevalentemente omosessuale’, ‘bisessuale’, ‘asessuale’ ecc ecc…”.

“Pur rispettando gli orientamenti sessuali individuali, come gruppi parlamentari e consiliari della Lega – continua il comunicato a prima firma Pillon – assumeremo tutte le iniziative politiche ed istituzionali per contrastare chi vuole svilire il primato educativo della famiglia e trasformare le nostre scuole in terreno di indottrinamento e propaganda”.

Le famiglie scavalcate

“Nel contempo – concludono i leghisti – troviamo necessario invitare tutti i genitori a porre rinnovata attenzione alle attività scolastiche dei figli e a opporsi a iniziative come questa che riteniamo a dir poco sconcertante”.

La versione di Batini

OggiScuola ha sentito Federico Batini, Professore Associato presso il Dipartimento di Filosofia, scienze sociali, umane e della Formazione dell’Università di Perugia, nonché coordinatore dell’iniziativa promossa dalla regione Umbria.

Il prof. Federico Batini (fonte: nowascuolasipuo.it)

Professore, cosa è successo?

“Bisogna ricostruire in maniera ordinata le cose, perché fare confusione non aiuta nessuno. Due anni fa la regione Umbria ha approvato una legge contro l’omofobia, sulla cui base è stato creato un protocollo tra Usr, Regione Umbria, Università degli studi di Perugia e alcune associazioni. Questo protocollo prevede la rilevazione – non alcun tipo di intervento – dei livelli di omofobia”.

C’è omofobia a scuola?

“Basti pensare che Save The Children, non l’arcigay ( si badi) ma un’organizzazione deputata alla sicurezza dei bambini, dice che oltre la metà del bullismo praticato nelle scuole italiane è di tipo omofobico. La Regione ha commissionato all’Università di Perugia una ricerca per valutare il livello di omofobia. Io, in quanto responsabile scientifico della ricerca, sono una delle poche persone che conosce l’iter completo”.

Come sono andate le cose?

“Per prima cosa abbiamo studiato i dati, scoprendo che il bullismo omofobico si manifesta assieme ad altri fenomeni che minacciano la sicurezza dei ragazzi a scuola, perché è della sicurezza dei ragazzi che stiamo parlando. Di tutti i ragazzi, senza fare differenze di nessun tipo.

Per questo abbiamo messo insieme la rilevazione del bullismo omofobico, con quella del razzismo e della violenza di genere. Abbiamo esaminato ricerche longitudinali, cioè che studiano gli eventi a lungo termine, che dimostrano come chi fa bullismo omofobico da adolescente negli anni successivi è più propenso alla violenza di genere e alle violenze sessuali vere e proprie. Insomma abbiamo messo insieme strumenti standard internazionali, che non abbiamo costruito noi ma esistono nella letteratura scientifica internazionale e vengono utilizzati per centinaia di ricerche nel mondo”.

Come e a chi è stata comunicata la cosa?

“Abbiamo organizzato una presentazione pubblica, dove sono state invitate tutte le scuole (c’erano oltre 200 persone), per presentare tutti gli strumenti della ricerca specifici per le medie e le superiori, scelte appositamente per la sensibilità del tema. Questo dimostra che il tema della delicatezza ce l’abbiamo molto chiaro. Per le superiori si indaga anche il tema delle molestie sessuali. Abbiamo addirittura spiegato come sono stati tradotti gli strumenti che esistevano solo in inglese, e persino selezionato pubblicamente il campione di indagine (estraendo le palline). Il tutto nella massima trasparenza.

Quindi è andato tutto liscio

“Esatto. Per questo non si capisce perchè in quella sede nessuno sia venuto a dire che c’erano errori o cose che non andavano. Io so che queste cose vengono utilizzate per fini politici. Ma l’Università è interessata al profilo scientifico e alla sicurezza dei ragazzi. Sa, anche io sono babbo di due figli.

Quindi cosa c’è di falso?

“Intanto non è vero che abbiamo già somministrato i questionari. Inoltre non è vero che non chiediamo il consenso delle famiglie, perchè a tutte le scuole è stata inviata la lettera per far esprimere il consenso dei genitori. Anzi, abbiamo redatto un apposito modulo dando esplicita indicazione alle scuole di chiedere consenso ai genitori. Non solo, ogni scuola è libera di aderire o meno alla ricerca. Così come lo è il genitore di far aderire o meno il figlio. Inoltre, i quiz non permettono di identificare lo studente e neanche la classe di appartenenza. L’unico obiettivo – ripeto – è la sicurezza, perché bullismo omofobico, razzismo e violenza di genere hanno tutti a che fare con la violenza. Vogliamo solo capire se i ragazzi sono sicuri o meno”.

In un periodo in cui si parla molto di sicurezza…

“Esatto. La convenzione, tra l’altro, prevede che sulla base dei risultati della ricerca si facciano interventi sugli insegnanti, non sui ragazzi. Sui quali non c’è alcuna operazione di indottrinamento”

Secondo i critici anche porre domande del genere può influenzarli…

E’ come dire che, nel momento in cui io le chiedo se ha l’AIDS, la posso contagiare. E parlo dal loro punto di vista, nel senso che non a caso ho scelto l’esempio della malattia. Quando chiedo a un ragazzo se ha usato la parola ‘frocio’ o ‘finocchio’ lui risponde di sì o di no. E basta. O vogliamo credere che i quattordicenni che fanno uso e abuso di video porno – di cui non si preoccupa nessuno nonostante la donna diventi un oggetto – restino turbati nel leggere la parola ‘omosessuale’?

 

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