Scuola, il Governo promette di non tagliare gli stipendi ma di aumenti non se ne parla

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Nei pensieri del governo non c’è il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. E nemmeno della scuola. Invece di iniziare ad adeguare i compensi dei docenti italiani a quelli europei, mettendo nella manovra di fine anno i finanziamenti necessari, dall’esecutivo gialloverde non si commenta il recente rapporto Eurydice 2018 che descrive una pagina impietosa sul compenso salariale degli insegnanti del Bel Paese. Nel contempo, gli altri rappresentanti dei lavoratori si accorgono solo adesso che mancano i finanziamenti necessari per il rinnovo di quel CCNL prima sottoscritto e dopo pochi mesi sfiduciato per evitarne l’automatica vigenza nel 2019.

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Anief non ci sta: se ci possiamo rallegrare anche noi delle parole rassicuranti del vicepremier Luigi Di Maio, che ha “scongiurato il calo di retribuzione previsto dal vecchio governo individuando i fondi necessari affinché questa riduzione non ci fosse”, tuttavia rimaniamo allarmati del fatto che manchino nel DEF persino le risorse per adeguare i valori dell’indennità di vacanza contrattuale dal prossimo anno al 50% previsto dalla legge dell’indice di inflazione programmata, fermo ancora al 2010. Siamo, pertanto, certi che nonostante le ricerche e gli studi, i nostri insegnanti continueranno a essere umiliati rispetto a quelli dei Paesi più avanzati dell’area Ocse. Pensare di accontentarsi, a fronte di queste promesse, del mantenimento di uno stipendio che negli ultimi dieci anni è rimasto fermo, sarebbe un errore gravissimo. Anche perché i compensi del nostro corpo docente risultano in fondo alla classifica dei Paesi europei, superiori solamente ai Paesi dell’Est e quasi dimezzati a fine carriera rispetto a Germania, Austria e Olanda (fonte Eurodyce 2018).

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A capirlo, solo adesso dopo avere preso visione del Def, sono stati ora anche gli altri sindacati che, attraverso un comunicato unitario, dopo aver apprezzato “la presenza, in legge di bilancio, della copertura necessaria per consolidare l’elemento perequativo previsto nei contratti pubblici rinnovati lo scorso aprile”, hanno chiesto di “conoscere l’entità delle risorse messe a disposizione” per “il rinnovo del CCNL che, come il Governo sa, scade il prossimo 31 dicembre”. Perché, concludono i sindacalisti Confederali, “rinnovare i contratti è un diritto dei lavoratori come tale riconosciuto espressamente anche dalla Corte Costituzionale con la sentenza 178/2015. Per questo, dopo aver compiuto pochi mesi fa una scelta giusta e opportuna con la firma del nuovo CCNL, ora ci apprestiamo ad aprire un’altra stagione di negoziato”.

Ma un negoziato, ribatte l’Anief, si può avviare solo se ci sono le premesse per poter discutere lo stanziamento delle risorse economiche: ad oggi, invece, per il contratto scuola non solo non sono previsti incrementi stipendiali. Addirittura, “nel DEF è scritto chiaramente che i redditi da lavoro dipendente della pubblica amministrazione si ridurranno dello 0,4% in media nel biennio 2020-2021”.

Anche gli altri rappresentanti dei lavoratori, pure firmatari di un contratto nazionale che dopo poche settimane si sono decisi a disconoscere, hanno capito che gli aumenti-miseria del 2018, con annessi gli arretrati irrisori di poche centinaia di euro, hanno lasciato gli stipendi sotto l’inflazione di 10 punti e quindi necessitano di un nuovo contratto sostitutivo. Peccato che in questo momento, dal Governo oltre alla copertura della perequazione pari a 300 milioni non si è andati, nemmeno per aggiornare l’indennità di vacanza contrattuale, visto che delle mancate risorse nella prossima legge di stabilità, pari a tre miliardi di euro, non vi è traccia: soldi che sarebbero serviti per coprire l’adeguamento della voce dell’indennità di vacanza contrattuale (+7,7%) inglobata da marzo nello stipendio ai sensi dell’art. 35 del contratto collettivo di lavoro.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, “fa un certo senso lamentarsi per un copione già visto per tanti anni, ovvero della mancanza cronica dei fondi utili al rinnovo contrattuale degli stipendi dei lavoratori pubblici, sprofondati nel frattempo di quasi 15 punti rispetto all’inflazione, per niente coperti da quel finto aumento del 3,48% previsto dal CCNL firmato lo scorso aprile”.

“Rimane il fatto – continua Pacifico – che per ovviare al mancato rinnovo contrattuale, dal 2019 va adottata l’indennità di vacanza contrattuale, in modo da coprire la metà del 14% di inflazione accumulata negli anni più il 50% dell’1,4% del tasso di inflazione programmata dal MEF per il 2019, per un totale del 7,7%: servono, a tale scopo, circa 3 miliardi di euro, di cui però nel Documento di economia e finanza propedeutico alla legge di stabilità non c’è traccia. Senza dimenticare l’adeguamento all’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’UE a partire dal settembre 2015, anche questa non presente nel Def”.

In media, stiamo parlando di 4.500 euro a lavoratore che devono essere recuperate tramiti apposito ricorso, preceduto da specifica diffida (da inviare a   segreteria@anief.net) al fine di interrompere la prescrizione quinquennale che assicurerebbero anche 170 euro in più a regime da gennaio 2019 proprio in assenza del rinnovo del contratto.

COMUNICATO STAMPA ANIEF

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