Scuola, la psicologa Oliviero Ferraris: “I genitori che picchiano i prof avviano i figli al bullismo”

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L’episodio che ha coinvolto un’insegnante di Caselle di Selvazzano, in provincia di Padova, picchiata dalla madre di un ragazzo che aveva ricevuto un ‘4’ nell’ultima verifica dell’anno scolastico, è un altro esempio del fatto “che chiaramente è venuta meno l’alleanza tra scuola e famiglie”. Lo sottolinea all’AdnKronos Anna Oliverio Ferraris, ordinaria di psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma. “Una delle prime cause è l’immaturità dei genitori moderni – prosegue – picchiare un’insegnante è un’assurdità rispetto al dialogo, una reazione spaventosa.

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In questo caso c’è una madre che si identifica totalmente con il figlio, che legittima una reazione violenta di fronte ai suoi occhi e se ne occupa per lui, contemporaneamente deresponsabilizzandolo e fuorviandolo. Di conseguenza poi il ragazzo acquisirà una diffidenza nei confronti della scuola, trovando nella famiglia l’unico modello e invalidando quel rapporto di fiducia con la scuola che è alla base dell’apprendimento. Il ragazzo pensa di potersi fare giustizia da solo nella propria vita ed è così che il genitore spiana al figlio la strada verso il bullismo perché, in una forma di imitazione totale verso il proprio genitore, applicherà i modelli incoraggiati in famiglia anche nei propri rapporti con gli altri”. Per Oliverio Ferraris un’altra motivazione è da ricercarsi nella violenza come “concetto presente nelle vite dei giovanissimi sin da subito”, con videogiochi e programmi televisivi che li abituano a un divertimento che nasce da un moto violento.

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“Infine – aggiunge – è elemento innegabile ormai la svalutazione generale della scuola. Circolano ultimamente dei modelli devianti che non è facile arginare, che portano a una progressiva svalutazione della cultura, opera soprattutto dei social: le figure colte e intellettuali vengono dileggiate in nome di una autenticità che è soltanto ignoranza. Molti genitori insegnano così ai propri figli a considerare la cultura una perdita di tempo”.

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