Empatia a scuola e in famiglia: una marcia in più per una “buona crescita”

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È consapevolezza comune che l’empatia è una capacità essenziale per un docente, come per un genitore, e – per la verità – per tutti noi! In effetti, ciò non deve meravigliarci, poiché la capacità empatica è una caratteristica fondamentale della nostra specie, che consiste nel percepire lo stato emotivo dell’altro e accoglierlo partecipandovi interiormente, cioè creando in noi una sintonizzazione emotiva con lo stato interno dell’altro.

L’empatia come supporto all’accudimento e alla crescita

Lo scopo di questo “sentire l’altro”, perseguito dalla nostra specie per via evolutiva, è di tenere uniti i membri del gruppo umano, sicché tale funzione si esplica innanzitutto nell’ambito dell’accudimento, estendendosi poi a tutta l’area relazionale raccolta attorno al supporto alla crescita, sia nella relazione parentale sia in quella amicale sia, più ampiamente, nella relazione con l’altro nell’ambito della comune appartenenza a un gruppo, così come all’umanità intera.

L’atteggiamento empatico… e l’altro “si sente capito”

A questo “sentire l’altro” è associata l’assunzione di un atteggiamento – cioè di un ampio repertorio di segnali non verbali e verbali – che esprime e rivela, con più o meno forza, la sintonizzazione messa in atto. Ed è proprio dalla lettura di tale atteggiamento che chi è coinvolto nella relazione “sa di essere sentito” nel proprio stato interno, cioè “si sente sentito”.

Così, poiché questo “accogliere dentro” l’altro è, evidentemente, una forma di comprensione (com-prendere), chi è coinvolto nella relazione “si sa saputo” o, nella comune accezione riferita alle situazioni di bisogno psicologico, “si sente capito”.

L’empatia nel rapporto madre-figlio

Nel caso della madre, il processo che porta dal sentire empatico all’espressione dell’atteggiamento che ne deriva è fondante per la giusta crescita del bambino. E negli ultimi decenni, sono numerosi gli studi in merito, che si occupano, in particolare, di come il piccolo costruisce la propria teoria della mente“vedendo come la madre vede lui” e creandosi un sistema di aspettative che poi estende a tutto il mondo delle relazioni sociali.

“Vedendosi dentro la madre”, cioè, il piccolo delinea interiormente la propria immagine di sé in forma primaria e fondamentale e, allo stesso tempo, impara a comprendere gli stati mentali propri e dell’altro, cioè credenze, intenzioni, emozioni, pensieri e reazioni.

Mamma, come mi devo sentire?

E proprio in questa relazione così intensa e fondante, è posta una iniziale reciprocità innata tra il sentiredella madre e l’attesa del bambino di essere capito nel suo stato interno, sicché il piccolo si pone in modo da ottenere tale sintonizzazione così come la madre è volta a offrirla.

In questo senso, non c’è niente che possa esprimere meglio questa condizione quanto la caratteristica immagine di un bambino che, in una situazione nuova, alza lo sguardo verso la madre chiedendole tacitamente: come mi devo sentire?

Il rispecchiamento

A partire dalle dinamiche empatiche che si attivano tra madre e figlio, gli psicologi hanno individuato uno schema definito “rispecchiamento”: la madre si sintonizza sugli stati interni (emotivi e cognitivo-valutativi) del bambino e gli rimanda la sua stessa immagine di sé, ma lievemente modellata su una certa risposta alla situazione. È questo il terzo passo dell’empatia nella relazione volta alla crescita o educativa.

Dunque, volendo riassumere, il primo momento consiste nel sentire gli stati interni dell’altro, sintonizzandosi su questi, il secondo è costituito dall’esprimere tale sintonizzazione-comprensione, agganciando l’altro, il terzo infine consiste nel rispondere alle richieste di fronteggiamento della situazione portando l’altro a un diverso stato interno.

Il rispecchiamento modellante tra insegnante e alunno

Questo schema in tre fasi osservato nella relazione madre-figlio, si ripete in tutte le coppie interattive successive, compresa quella – di grande portata – costituita dall’insegnante e dall’alunno (e non solo nei primi anni di scolarizzazione, ma sino all’età giovanile e, in situazioni mutate, nell’età adulta).

Per esempio, il rispecchiamento modellante ha luogo nelle situazioni didattiche, e in modo molto naturale, quando l’insegnante fa dire qualcosa all’alunno – una informazione, un concetto o una descrizione – e ripete qui e là qualche sua parola o frase con atteggiamento di conferma (sintonizzazione), ma contemporaneamente migliorando la forma della sua esposizione, sostituendo qualche parola con sinonimi più appropriati o correggendo le inesattezze.

Si tratta di un’azione ben diversa dalla pura e semplice correzione in assenza di empatia, che è vissuta – giustamente – come censoria e odiosa perché non si accompagna alla conferma dell’alunno da parte del docente, cioè alla restituzione dell’alunno a se stesso, come avviene invece nel rispecchiamento empatico.

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