Home News Anche escludere un compagno da un gruppo WhatsApp può essere bullismo

Anche escludere un compagno da un gruppo WhatsApp può essere bullismo

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Il 6 gennaio, alla presenza del Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, si è celebrato al Teatro Brancaccio di Roma il Safer Internet Day, Giornata internazionale sulla promozione dell’uso consapevole del web. Tra i temi messi a fuoco il sempre più preoccupante fenomeno del cyberbullismo, ovvero la messa in atto del bullismo per mezzo di strumenti informatici.

È un fenomeno contro cui negli ultimi anni si è fatto un importante sforzo di spesa e sensibilizzazione, con una serie di campagne del Miur e una legge che offre alle vittime una più agevole procedura di denuncia e rimozione di contenuti sgraditi on line.

La campagna ha avuto i suoi effetti sull’opinione pubblica: l’immagine del cyberbullo si è ormai fissata nell’immaginario collettivo e scuole e famiglie hanno alzato il livello di guardia sul problema. Non sempre, però, la natura del fenomeno è ben inquadrata, e non facilmente, soprattutto, si definiscono con facilità i suoi confini: quando c’è, o non c’è, un vero atto di bullismo.

Si finisce spesso, così, per enfatizzare alcune sue forme come il cattivo linguaggio, hate speech, (sul tema si terrà a Milano, il 9 febbraio, l’importante convegno nato dal manifesto delle “Parole Ostili”) la diffusione di informazioni o immagini private (outing), il fingersi un’altra persona per carpire informazioni e debolezze della vittima al fine di poterle poi diffondere (masquerade).

 Altre forme, invece, sono decisamente meno reclamizzate. Una delle più violente e dannose, in tal senso, è quelli che gli esperti definiscono exclusion.

 E’ l’esclusione da un gruppo, che si compie spesso senza che la sua gravità sia colta dagli autori. Difficilmente, per esempio, un ragazzo ha coscienza di agire da “bullo” quando crea un gruppo whatsapp della classe da cui esclude volutamente un compagno. Nessun ragazzo, inoltre, si sente tale se crea un gruppo whatsapp ad hoc per parlare male di un altro compagno o per ironizzare sui contenuti che la vittima propone su un altro gruppo.

 Questo accade perché, in molti casi, a essere escluso è proprio colui che ha sbagliato, che ha commesso una scorrettezza sul cui giudizio il gruppo concorda. L’esclusione scatta allora come azione punitiva e, quel che è più grave, si autogiustifica sulla base del principio della giustizia (“ha sbagliato”) e della maggioranza (“se siamo in tanti un motivo ci sarà”).

I ragazzi spesso commettono l’atto con la leggerezza di chi non si sente in errore, ma, al contrario, si sente “giusto”. La forza del gruppo, come spesso accade, oltre a radicalizzare l’azione, contribuisce a deresponsabilizzare i singoli: se la colpa è di tutti, nessuno ne sente il peso su di sé.

 Difficilmente accade, nel gruppo-classe o gruppo di amici, lo scatto di reni di chi fa prevalere una logica del perdono, dell’accoglienza di chi ha sbagliato, l’aiuto a cogliere la sproporzione nel rapporto tra errore e punizione.

 Devastanti, invece, possono essere le conseguenze per l’escluso, soprattutto sul piano psicologico. Questi, a differenza di quanto accade nella più comune forma di bullismo, non ha neppure il conforto che deriva dall’essere riconosciuto vittima.

 I meccanismi di “creazione del mostro” tanto possenti nella nostra mentalità, il principio del “se l’è meritato” come giustificazione del male prevalgono nel mondo degli adulti e finiscono così, inevitabilmente, per influire sulla mentalità dei ragazzi. C’è un bullismo che non sa di esserlo: il “bullismo dei più buoni”.

Prof. Pino Suriano

IIS Fermi di Policoro, Docente esperto di didattica, comunicazione e social network

 

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