Si lancia dal tetto scuola, il giudice a processo: “Da voi insegnanti ci si aspetta di più”

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Nel 2014 Rosita Raffoni si gettò dal tetto dalla scuola. A distanza di anni, al processo che vede imputati il padre (per istigazione al suicidio) e la madre (per maltrattamenti), il presidente della Corte d’Assise, scrive Il Resto del Carlino, si è rivolto direttamente agli insegnanti che hanno detto di non essersi accorti del disagio della ragazzina. “Aveva tutti voti altissimi, non avevamo capito” hanno detto i professori. Il Presidente si è così espresso: “Da voi insegnanti ci si aspetta di più. È emerso il disagio di Rosita e voi dite che non vi siete accorti di niente. Se aspettate segni chiari e palesi, allora queste cose continueranno”.

I prof del liceo frequentato dalla ragazza, però, non si stanno e con una lettera aperta hanno manifestato il loro disappunto.

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“Appartengo alla categoria dei docenti che hanno dovuto annoverare, tra le dolorose esperienze di vita, anche la morte prematura di un proprio allievo e che si sono sentiti impotenti di fronte a una tragedia inopinata. Potrei aggiungere che ho un’alta professionalità certificata, una profonda passione per il mio lavoro e un altrettanto profondo rispetto per le giovani menti che ho il compito di formare (non di addestrare), a cui regolarmente mi affeziono, ma tutto ciò pare non basti per ottenere il rispetto sociale: nonostante gli esperti affermino (noi li interpelliamo spesso, sa?) che il riconoscimento del disagio e la prevenzione dei gesti estremi siano materia delicatissima e sfuggente a modalità stereotipate e prevedibili, sembra che a volte si pretenda che possediamo i ‘superpoteri’ per ipotizzare e capire oltre la realtà umanamente percettibile. C’è anche chi afferma pubblicamente che i ragazzi si suicideranno finché noi non riusciremo a vedere ciò che è occulto e a prevedere il futuro più e meglio dei loro genitori, dei loro amici intimi, dei loro medici, dei loro sacerdoti. Chiedo allora ai lettori: essere delegittimati socialmente (improduttivi, antipatici, impiccioni se chiediamo collaborazione, deboli se veniamo accortamente insultati) è un incentivo per gli adolescenti a considerarci efficaci interlocutori e, magari!, solutori dei loro problemi extrascolastici? Perché dovrebbero fidarsi di una categoria che molte loro famiglie mal sopportano o disprezzano? La sensazione più diffusa è che siamo isolati di fronte a tutto quanto la società non sa gestire e che trovare un facile capro espiatorio per ogni situazione non giovi davvero a nessuno. Certamente ci sentiamo isolati nel dolore (sì, lo proviamo ancora) per aver perso una splendida giovane mente che amava molto studiare con noi”.

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Firmato: Gli insegnanti del liceo classico ‘Morgagni’ di Forlì.

foto: Il Resto del Carlino

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