Relazione madre-bambino, lo psicologo Coletta risponde a tre domande

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di Stefano Coletta, psicologo

Quando si struttura la relazione madre/bambino? La relazione madre/bambino si struttura già nel feto: basti pensare come spesso la mamma parli con il bambino come fosse davvero presente, cercando di interpretare i movimenti del feto dentro di lei e attribuendogli delle intenzionalità (“oggi sei di buon umore, ti muovi”, “oggi sei stanco”, etc). Tutte queste fantasie andranno a formare quel “bambino immaginario” su cui si “appoggerà” poi il bambino in carne ed ossa.

Cosa accade quando la mamma inizia ad interagire con il proprio bambino? Quando la mamma interagisce con il proprio bambino si attivano certe aree del cervello che hanno a che fare con la sintonizzazione e la regolazione affettiva. Il bimbo inizia a condividere i suoi stati affettivi tramite lo sguardo, i vocalizzi, l’imitazione e attraverso gli occhi della mamma inizia ad avere un senso di sé. Si verifica una sincronia, un ritmo temporale comune: la mamma parla al bimbo muovendo la testa e il bimbo risponde muovendo i piedini con lo stesso ritmo; è impressionante pensare che quando si costruisce questa concordanza di ritmi anche il battito cardiaco del bimbo risulterà sintonizzato con quello della mamma. Ma il momento fondamentale avviene durante la suzione.

Cosa avviene in quel momento? Avviene una “alternanza dei ritmi”, ovvero mentre il bimbo succhia il latte è in attività mentre la mamma è lì, in attesa che il bimbo finisca la poppata; quando invece il bimbo prende fiato, si scambiano i ruoli: la mamma interagisce, inizia a parlargli, quindi va in attività, mentre il bimbo rimane in attesa delle parole della mamma. Sono le prime forme di scambio sociale che creano quel ritmo che è poi alla base del dialogo tra le persone. Da questo si capisce l’importanza dell’attesa nella formazione della psiche: l’attesa infatti è la base della nostra coscienza grazie alla quale si sviluppa il rapporto con il mondo esterno, come ben evidenziato in un mio recente studio dal titolo “La Psicologia dell’Attesa”.

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