Andare contro il docente è come andare contro la legge: serve alleanza non scontro

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di Daniele Naddei

Genitori contro insegnanti è un gioco al massacro. Non è quello che serve ai bambini ed ai ragazzi, ma anzi è necessaria un’alleanza tra le due “istituzioni” che di loro si occupano. Mediamente, anche per una questione di lavoro e tempo libero annesso, un insegnante, soprattutto dopo la riforma Gelmini alla primaria, vede più i figli altrui (i propri alunni) che i suoi figli. Occorre unità d’intenti anziché lo scontro (non dobbiamo essere hegeliani), ma sicuramente non lo si potrà ottenere senza un po’ di flessibilità.

E’ emblematica, senza dubbio, la lettera da noi pubblicata qualche giorno fa. “Cara maestra, se mia figlia sbaglierà le metta una nota”. Dovrebbe essere così, di norma, per far capire che servono entrambe le cose: il bastone e la carota. La dolcezza e la coercizione, esattamente come in qualsiasi comunità anche in una classe. A rendersene conto devono essere prima i genitori: inutile difendere i propri figli fino allo stremo, anche se sono nel torto. Così facendo si danneggiano soprattutto gli altri, perché la civiltà si evolve proprio a partire dalla scuola.

Andare contro il docente vuol dire essere avversi allo Stato, esattamente come se un cittadino infrangesse la legge. Non è un’esagerazione: la classe è esattamente questo, una piccola comunità con uno Stato costruito su vari livelli, con delle regole e dei doveri da adempiere per se stessi.  Questo devono capirlo i genitori, difendere i figli a spada tratta non ha senso.

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