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Scrivere a mano per pensare meglio

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tratto da Scientificast

di Anna Rita Longo 

C’era una volta la bella scrittura: simbolo di una scuola che non c’è più, si nutriva di fogli riempiti di aste, di occhielli panciuti e di gambette, tracciati nel timore di macchie e cancellature. Oggi – gli insegnanti lo sanno bene – gli scritti degli studenti rasentano spesso l’indecifrabilità, contendendo il primato che lo stereotipo attribuisce ai medici. E quando si riesce, a fatica, a penetrare i segreti di questi moderni geroglifici, si scopre che nascondono testi sconclusionati, che denotano una difficoltà estrema nel mettere ordine ai pensieri e nel dar loro una forma che rispetti gli standard minimi di coerenza e coesione.

Possibile che le due cose – la scrittura terribile e la bassa qualità del testo – siano in qualche modo collegate? Gli esiti di un esperimento condotto dal Laboratorio di psicologia sperimentale dell’Università RomaTre sotto la direzione di Benedetto Vertecchi farebbero pensare proprio a questo. Per quanto controintuitivo ciò possa sembrare (e la scienza sfida spesso le nostre intuizioni), sembra proprio che scrivere a mano non sia solo l’arte meccanica di tracciare segni su un foglio per lasciare un messaggio, ma qualcosa di ben più importante, in grado di influenzare facoltà cognitive come l’organizzazione del pensiero e la memoria. L’esperimento prende il nome da un’espressione di Plinio il Vecchio, “nulla dies sine linea” (nessun giorno senza tracciare una linea), che si riferiva all’impegno quotidiano del pittore Apelle a esercitarsi nella propria arte per migliorarla. Dopo una pubblicazione preliminare sulla rivista di pedagogia sperimentale Cadmo, gli esiti dell’esperimento sono stati riportati in modo completo nel libro I bambini e la scrittura, recentemente uscito per FrancoAngeli editore. L’imponente base dati dell’esperimento è uno dei suoi punti di forza: sono stati infatti coinvolti più di 380 bambini delle classi terze, quarte e quinte della scuola primaria, permettendo di raccogliere oltre 28.000 scritti. «L’articolazione dell’esperimento prevedeva che gli insegnanti interrompessero l’attività scolastica per un quarto d’ora ogni giorno e assegnassero ai ragazzi delle brevi tracce che fungessero da stimolo per la scrittura, senza prestare in alcun modo aiuto ai ragazzi», ci ha detto Benedetto Vertecchi. Il carattere adoperato per l’esercizio quotidiano era il corsivo. Si tratta di un dato significativo: «Nel tracciare i caratteri della scrittura corsiva – sottolinea il prof. Vertecchi – al cervello del bambino è richiesto uno sforzo in più, dal momento che la forma di ciascuna lettera deve essere continuamente modificata perché sia possibile legarla alle altre. Si tratta di una difficoltà che non è presente nel carattere stampatello o quando si adoperano strumenti elettronici, come il touchscreen, che richiedono una gestualità semplice e ripetitiva».

Dagli esiti dell’esperimento è emerso come al crescere dell’esercizio della scrittura non aumentasse semplicemente l’abilità nel tracciare segni sulla carta, ma anche la qualità dello scritto in sé, ovvero l’articolazione del pensiero e la coesione del testo. «Questo è avvenuto nonostante il miglioramento del testo non sia stato ricercato – aggiunge Vertecchi –, a dimostrazione dell’intenso legame esistente, a livello cerebrale, tra l’attività manuale e l’area del linguaggio, che si influenzano reciprocamente.»

Riducendo lo spazio concesso alla scrittura manuale nelle nostre scuole stiamo, quindi, finendo col diminuire la capacità dei nostri bambini di esprimersi in modo articolato e complesso? Sembrerebbe proprio di sì, ma la buona notizia è che il processo può essere invertito con l’esercizio.

«Le difficoltà di espressione dei bambini collegate con la perdita di manualità fine sono ormai estremamente diffuse. Pensiamo a quanti bambini delle elementari oggi hanno difficoltà ad allacciarsi le scarpe o ad abbottonarsi i vestiti e, nel frattempo, mostrano carenze nell’espressione linguistica», conclude Vertecchi.

Qual è la morale della storia? L’ingresso della tecnologia nelle scuole non va certo temuto, ma resta comunque importante preservare il ruolo dell’esercizio manuale, anche della “bella scrittura”. La posta in gioco non è soltanto l’aspetto esteriore dei testi, ma il pensiero che questi esprimono.

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