Il vero docente non lavora 18 ore, insegnare è un mestiere senza tempo

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La sala professori di una scuola è un piccolo mondo. Parlano i docenti anche quando stanno zitti, le loro letture, le borse che portano in classe. Ma, soprattutto, i ragazzi che li vengono a cercare, i genitori che arrivano anche fuori orario perché sanno di trovarli lì senza orologio. La sala professori dice di un mondo vario, fatto di persone diverse, di libri nuovi appena arrivati e osservati con cura ma anche di fotocopie sgualcite dell’anno prima ancora a riempire un unico cassetto. È per questo, pensano in tanti, che circa 1300 euro nette al mese per le 18 ore di lavoro di chi finisce e scappa bastano e avanzano, con due mesi di ferie d‘estate, e pure Natale e Pasqua a casa.

Ma chi lavora solo 18 ore? Praticamente quasi nessuno. Se non altro perché occorre aggiungere le riunioni al pomeriggio, i consigli di classe, i collegi dei docenti, la consegna pagelle e così via. C’è chi scappa appena finisce, è vero. E non sempre va a casa a correggere i compiti, a leggere un libro, a preparare una lezione, o magari ad arrotondare suo malgrado perché con le 1300 euro circa mensili non può pagare la rata del mutuo o gli asili dei figli. Ma questa è un’altra storia. Una storia di coscienza individuale e di mancato controllo sulla qualità del lavoro svolto.

Non è la storia di un mestiere che ci si porta dietro sempre, quando si ascoltano le famiglie, si parla con gli educatori che seguono i ragazzi nei compiti al pomeriggio, quando ci si dà appuntamento alla sera con i più grandi davanti a un cinema o a una mostra. Perché se un bambino non è un sacco da riempire ma un fuoco da accendere, come scriveva Rabelais, uomo del Rinascimento critico nei confronti dell’istruzione libresca, per la combustione ci vuole non solo il legno dei banchi. E sapere se le difficoltà di apprendimento nascono da un problema familiare o di salute, da una ragazza che non ricambia fa la differenza. Perché anche Dante e Tanto gentile possono acquistare un valore diverso, emotivo, e non essere dimenticati più per tutta la vita. Ma non si sarà mai pagati abbastanza per tutto questo. Per una vita dedicata ai ragazzi.

Ripagano gli sguardi e la riconoscenza spesso dei più deboli, di chi è in difficoltà e viene sorretto. Quando si chiede un aumento di stipendio in fondo si domanda solo una cosa: che sia possibile fare bene il proprio mestiere, che sia possibile essere insegnanti senza la preoccupazione di dover campare, di doversi ingraziare un preside, di non potersi permettere una casa di proprietà per i propri figli. Si chiedono solamente un posto e un cassetto, sereni, in sala professori.

di Maria Gallelli, insegnante di italiano in una scuola media

tratto da Famiglia Cristiana (16/03/2015)

 

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