La mail anonima inviata ai colleghi, per diffamare il superiore, è causa di licenziamento

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Inviare una mail a un collega di lavoro può costare caro. Soprattutto se si diffama il datore di lavoro. Anche se questi è lo Stato. Insomma se proprio avete un rospo che non riuscite mandar giù e avete bisogno di sfogarvi, evitate di farlo in via telematica, pena la perdita del posto di lavoro. Anche se si è dipendenti statali. La Cassazione ha infatti accertato che la diffamazione nei confronti del proprio supeiore, anche nel caso che si tratta di un dipendente pubblico, avvenuta attraverso l’invio di mail ai propri colleghi contenenti i contenuti lesivi è punibile con il licenziamento.  Anche se l’indirizzo mail dovesse essere anonimo. Quindi non direttamente riconducibile al dipendente. Perché appurata l’identita, che con i moderni mezzi di cui dispone la polizia postale non è affatto complicato, il gesto è da ritenersi di una gravità tale dal legittimare il licenziamento per giusta causa poiché ha compromesso in modo irreparabile l’elemento essenziale della fiducia. Il caso in questione riguarda un lavoratore privato ma si ritiene che quanto stabilito dalla Corte con sentenza 18404 del 2016 sia applicabile anche ai lavoratori pubblici. E non basta neanche agire in stato d’ira, infatti, “in ordine all’invocata esimente di cui all’articolo 599 c.p. (comma 2) per avere il ricorrente agito nello stato d’ira determinato dall’altrui fatto ingiusto, consistente nelle voci diffamatorie ai suoi danni diffuse all’interno dell’azienda dai dirigenti che a loro volta erano stati poi diffamati dalla e-mail del dipendente, la censura si rivela non accoglibile per l’assorbente rilievo che, a monte, l’ingiusta condotta che (OMISSIS) rimprovera ai suddetti dirigenti aziendali non e’ rimasta provata.”

 

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